[8] Vestuario e non vestiario.
[9] Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.
[10] Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bello poetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! Il Liebrecht terminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich des Märchens von dem Herrn Johann bemerkt: Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon. Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, was guter Geschmack ist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.
XXXIII.
CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]
Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo? Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su' contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia, via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno, che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co' figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe' tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci comandava un Re, che lo chiamavano il Re delle contentezze. Sicchè dunque deliberorno di fargli una visita, perchè, con quel nome, loro si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino; e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno, in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il nome delle contentezze! Dice quello, che era travestito da orefice forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano il Re delle contentezze?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose; una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne, che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io, con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e, quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa, che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasono sbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli mandava.
NOTE
[1] Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nimo, cioè nessuno. Fagiuoli. Il sordo fatto sentir per forza.—«Laura. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe. Frasia. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. A nimo, eh? A nessuno dei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.