[2] Che; leggi e correggi se non.


XLIII.

I DUE GOBBI.[1]

C'era due gobbi, due compagni, via; ma tutti e due gobbi; ma uno più gobbo dell'altro. Poeri gli erano, rifiniti, senza un quattrino. Dice un di quelli:—«Io vo' andare a girare il mondo»—dice—«perchè qui non si mangia, si more di fame. Voglio vedere, s'io fo fortuna.»—«Vai davvero. Se tu la fai te, che tu torni, anderò a vedere io, se io fo fortuna.»—Questo gobbo si mette in cammino e va via. Ma siccome questi due gobbi gli eran di Parma, questi due gobbi il suo posto gli era Parma; quando gli ha camminato un pezzo grande di strada, trova una piazza, dove c'era una fiera, dove vendevano di tutte, di tutte le sorti. C'era uno, che vendeva cacio; gli dice:—«Mangino il parmigianino!»—Questo povero gobbo credeva, che gli dicesse a lui:—«Mangia il parmigianino!»—Scappa via e si nisconde in un cortile, dirò. Quando gli è un'ora, sente uno scatenìo, uno scatenìo! E sente:—«Sabato e domenica!»—per tre o quattro volte. Questo povero gobbo e' dice:—«E lunedì!»—e risponde.—«Oh dio!»—dicono quelli, che cantavano—«chi è quello, che ci ha accordato il nostro coro?»——Vanno a cercarlo e lo trovano questo povero gobbo niscosto.—«O signori,»—dice—«non son venuto per far nulla di male, sanno?»—«Eh! noi siamo venuti per ricompensarti; tu hai accomodato il nostro coro. Vieni con noi!»—Lo metton sur una tavola e gli levano il gobbo. Lo medicano, sarciscono la ferita e poi gli danno due sacchi di quattrini.—«Ora»—dicono—«tu poi andare.»—Esso li ringrazia, e via, senza il gobbo. Gli stava meglio, lo credo! E viene in Parma a il suo posto. Eccoti l'altro gobbo:—«Guarda! o non mi par tutto il mio amico? Chêh! ma gli aveva il gobbo! non è! Dài retta! Tu non siei il mio compagno, così e così?»—«Sì,»—dice—«son io.»—«Dai retta: o tu non eri gobbo, te?»—«Sì. M'hanno cavato il gobbo e m'hanno dato due sacca di quattrini, ora ti dirò il perchè. Io»—dice—«arrivai in questo posto»—gnene dice dove; a me non l'ha detto e io non lo so, io!—«e sentii a principiare a dire: mangialo il parmigianino! mangialo il parmigianino! Io ebbi tanta paura, mi nascosi.»—Gli dice il posto:—«In un cortile, così e così.»—Dice:—«Quando fu un dato tempo, sento uno scatenìo; e sento a principiare: Sabato e domenica! un coro. Io, dopo tre o quattro volte, gli dissi: E lunedì! Questi vennero cercando me e mi trovorono, dicendo che io aveva accomodato il suo coro, e che mi volevano ricompensare. Mi presero,»—dice—«mi levorono il gobbo e mi diedero due sacca di quattrini.»—«Oh dio!»—dice l'altro gobbo—«voglio andare anch'io, sai?»—«Vai poerino, vai pure, vai, vai, vai!»—Poero gobbo!—«addio, addio!»—Si mette in viaggio e va via e arriva a questo posto. E si mette niscosto, dove gli aveva detto il compagno, preciso. Passato un dato tempo, eccoti tutto uno scatenìo; e sente:—«Sabato e domenica!»—così tutto un coro. E quegli altri, l'altro coro:—«E lunedì!»—Questo gobbo, dopo tre o quattro volte, che dicevan così:—«Sabato e domenica e lunedì!»—dice—«E martedì!»—«Dov'è»—dicono—«quello, che ci ha sciupato il nostro coro? Se noi lo si trova, gli ha da andare in pezzi.»—Questo poero gobbo, considerate, lo picchiano, lo bastonano, via, quanto posson loro. Lo bastonano; e poi, dopo, lo mettono sull'istessa tavola del compagno.—«Prendete quel gobbo»—dicono—«mettetegnene davanti.»—Prendono il gobbo e gnene appiccican davanti; e poi, a suon di bastonate, lo mandan via. Va nel suo posto e trova l'amico:—«Misericordia»—dice—«o che non è quello il mio amico? Chêh! non è, perchè gli è gobbo anche davanti»—dice.—«Ma dài retta,»—dice—«non sei tu il mio amico?»—«Altro!»—dice piagnucolando.—«Non volevo il mio di gobbo e mi tocca ora a portare il mio e il tuo! e tutto bastonato, tutto rifinito, non vedi?»—«Vien via»—dice l'amico—«vieni a casa e così si mangerà un boccone assieme; e non ti confondere.[2]»—E così, tutti i giorni, gli andava a mangiare una zuppa dall'amico; e poi saranno morti, m'immagino.[3]

NOTE

[1] Vedi Gradi (Saggio di Lettere varie pe' giovani). Novella de' due Gobbi.—Pitré. (Op. cit.) LXIV. Lu scarparu e li diavuli.—Pietro Piperno. (De Nuce maga Beneventana) Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag.—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso, che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappano per lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:

«Che per onor dei fichi e delle pere
Fra' medici più saggi di Parnaso,
Foste creato l'arcimastro e il sere,
E in ogni cul potete dar di naso
.»—

Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti del Carteggio poetico di Picà e di Picò.