Lungi droghe, che qui portan gl'Inglesi
Dal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,
Ci mandano più presto a quei paesi.
Per questo appunto lo Spagnuol morì;
Ma pria sull'urna sua scrivere fè:
Per volere star meglio, ora son qui.

Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della sua Correspondance de Suzette d'Arly:—«On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau: Stava bene, per esser meglio son qui. Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal.»—

Il Noce di Benevento vien ricordato anche nelle Poesie Italiane | e in | Dialetto Napolitano | di | Domenico Piccinni || Napoli | Da' tipi di Cataneo | 1827. (pagina 105; componimento intitolato: La Notte).

Sta 'na noce chiantata a Beneviento,
Addò', come la Notte s'abbicina,
Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,
E da parte lontana e da vicina
Le streghe: parte int'a 'no vastemiento
'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,
Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.
Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.

[2] Non ti confondere equivale al napoletanesco non te ne 'ncarrecà'! E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta di Masto Raffaele, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata: I Serpenti di Panarano.

[3] I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parola gobbo, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato da Le piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse: Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo.—Volontieri, risposero i gobbi; ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende.—Non perderete tempo, replicò Messer Poncino; ma in tre parole sarete spacciati. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino: Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo. Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da' Cento Racconti, raccolti da Michele Somma, dov'è intitolata: Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città i gobbi, che qui in Napoli chiamansi cardoni, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava i gobbi per far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchi gobbi, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poveri gobbi nella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose: Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti? Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoriti gobbi. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere: Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire: Ma Eminenza, e che umanità.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi: Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi. A quest'ultima antifona incominciarono i gobbi ad urtarsi l'un l'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano i gobbi. Dunque i gobbi gridano? ripigliò il cardinale. Signore, rispose il cameriere, questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere: Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse, che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—


LXIV.