[2] Il quale e la quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la frase per la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientemente che ed il quale nelle subordinate.
[3] Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione del Pentamerone e spesso nelle fiabe.
[4] Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo: A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.
[5] Gestri per gesti. Nota l'intercalamento di quella r eufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosi nuosto, masto, fenesta, per nostro, mastro, finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.
[6] Robba, con due b anche presso il Giusti, in rima con gobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.
[7] A divertirsi, invece di a divertirci; così pure dicono come formola di addio arrivedersi invece di arrivederci, neutralmente. Andare per un viaggio a divertirsi è ciò che più comunemente suol chiamarsi fare un viaggio di piacere.
[8] Meglio, come apocope di migliore, è invariabile. Così peggio, maggio, scorciamento di peggiore, maggiore. In Firenze, Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.
[9] I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo del Corriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato: To' to'! adesso comprendo!—Che comprendi? chiese un amico.—Mi spiego, cioè, rispose, l'esclamazione Dantesca: «Come sa di sale lo pane altrui!» Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore, che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—
[10] Gran sfarzo e più giù non stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,
Avess'io tanti gigliati
Nella vuota mia scarsella