quante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi alla s impura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del solo Orlando innamorato del Bernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi. Dante (Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile. Bandello (Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande. Marino (Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese. Stigliani (Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.

[11] A proposito di baule, vedi, tra le commedie di Giambattista Fagiuoli, L'Astuto balordo (Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—

[12] Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;

......nation du hasard,

Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.

(Victor Hugo).

Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo il Pitrè (Op. cit.) ne' racconti intitolati Li tridici sbannuti (Palermo); Li dui figliastri (Casteltermini); Li Batioti (Cianciana); Soru Sosizzèdda (Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi: Chi si' curiusu! ti manca lu nasu!E a tia lu labbru!E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—

[13] Siccome non ho altro da darvi, e più giù siccome ti voglio bene, e siccome io non tengo rancori. Daccapo siccome nel significato di poichè! Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questo siccome è divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.

[14] Così nella rappresentazione di Don Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore: Pèntiti, Don Giovanni! e far rispondere al protagonista: Non mi voglio pèntere!