[2] Poero, che più esattamente si scriverebbe Póhero, giacchè il v non isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenico La Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio. Heu, heu, tu puer!»—«Menghino. Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio. Dico a te.»—«Menghino. Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio. Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino. Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio. Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino. Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»
[3] Sic. Probabilmente lapsus linguae, per amore delle altre n, antecedente e seguente.
[4] Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dalla Dianea di Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostrava molto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinario se ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—
Chi ci darà un buon libro intitolato: Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.
[5] Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitana Dammi lu velu (Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.
VI.
L'UCCELLINO CHE PARLA[1]
C'era una volta un Re. Non si sa per qual caso proibì che la sera non si sortisse[2], pena la testa; nessuno, indispensabilmente, sennò tagliata la testa. Alle ventitrè tutti avevan preparata la sua roba in casa per la sera non sortire. Il coco qui di cucina, ch'era giusto d'estate che sudava stando al foco, quando ebbe finito il suo impiego:—«Cheh! o ch'io moja che m'ammazzi Sua Maestà, o ch'io moja ch'io mi sento affogare, io vo' andar fori!»—E va fori, e si mette alle sponde d'Arno, come sarebbe su' nostri ponti, lì a prendere il fresco. In mentre gli è lì a prendere il fresco, sente delle voci che dicono:—«Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, quanto sarebbon meglio le cose!»—Gli eran tre ragazze. L'altra la dice:—«O me, se mi desse al suo maestro di casa, quanto gli andrebbon meglio le cose!»—E la minore:—«Oh, se Sua Maestà mi sposassi, io gli farei tre figli: due maschi ed una femmina. I maschi di latte e sangue e i capelli d'oro; e la femmina di latte e sangue e i capelli d'oro e una stella in fronte.»—Quest'omo, il coco, quando ha sentito, guarda e prende il numero dell'uscio e torna a palazzo e va a letto. La mattina s'alza; e, appena sente che Sua Maestà s'è alzata, chiede di passare di là. Lo fecero passare.—«Maestà,»—dice—«io sono ai vostri piedi. Io ieri sera trasgredii i vostri comandi. Perchè io mi sentiva affogare, io me n'andiedi fori. Mentre io era lì alle sponde a prendere il fresco, sento delle voci. Mi affaccio e vedo. Son tre ragazze (gli eran lì al fiume a lavare) che dicono: Oh se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cosa come anderebbero! una di quelle. L'altra dice: Oh lui, se mi desse il suo maestro di casa, o quello sì che le cose andrebbero bene; non anderebbero come le vanno. Una di quelle:—Se Maestà mi sposassi, io gli farei tre figli, due maschi e una femmina. I maschi di latte e sangue co' capelli d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in fronte. Ora»—dice il coco—«son qua per pagare il mio fallo: aspetto la morte.»—«No»—risponde Maestà[3]—«io ti perdono. Ma vai subito in traccia di queste ragazze: e dirgli che le vengan da me in tutte le maniere con suo padre.»—Eccoti quest'omo va alla casa che la sera avea preso l'appunto e picchia[4]. S'affaccia una di quelle ragazze, dice:—«Chi è?»—«Apra»—dice il coco,—«gli ho da dire una cosa.»—«Oh babbo»—dice la ragazza—«c'è uno che mi vuol dire una cosa.»—«Tirate la corda, eh, qualcosa verrà.»—La ragazza tira la corda, il coco vien su. Gli dice il padre:— «Cosa vole?»—a quest'omo.—«Ordine di Sua Maestà, che le sue figlie vengan via con meco nel momento.»—«Verrò ancora io.»—«Venite ancora voi.»—Nel mentre che le si vestivano:—«Ma, ragazze, che iersera andaste fori?»—Gua', c'era ordine di morte e sospettava.—«No, babbo; noi non si sortì.»—Le scendevano una scalina della sua casa e le andavano al fiume: le non erano sortite. Il coco le porta al palazzo e le conduce a Sua Maestà. Maestà gli dice;—«Ditemi, ierisera, alla tal ora, o dov'eri[5] voi?»—Dice:—«Al fiume, a lavare,»—«E cosa parlavate voi ierisera al fiume?»—La maggiore:—«Io dissi: Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cose come anderebbero!»—La seconda:—«Io dissi: Oh, se mi desse al suo maestro di casa, non andrebber come le vanno le cose!»—La minore:—«Io dissi: Oh, se Sua Maestà mi sposassi, gli vorrei far tre figli: due maschi e una femmina. I maschi latte e sangue co' capelli d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in fronte.»—«Bene!»—risponde Maestà.—«Sarà fatto quello che voi avete chiesto. Voi sposerete il maestro di casa; voi, lo scudiero; e voi sarete mia sposa. Ma con questo, se non saranno eseguite quelle cose che voi avete detto, pena la morte.»—Concludon le nozze, fanno presto, gua'. La moglie dello scudiero in pochi mesi, eh! c'eran le scuderie che non parevan più quelle affatto: ricche, belle, per bene, i meglio cavalli. La moglie del maestro di casa gl'interessi andavan benone, di bene in meglio. Il Re era contentissimo: la sua sposa era rimasta incinta. Lasciamo quand'era già su' sette mesi la sposa che era incinta, un cugino del Re gl'impone guerra. Ma, per tornare un passo addietro, aveva due sorelle questo Re. Dovette andare alla guerra e lasciar la sposa: come si fa? Dice addio alla sposa:—«Ricordati quel che t'hai promesso»—gli dice. Queste sorelle che avevan tant'astio con questa donna, gli avevano una rabbia le sorelle del Re! Viene l'ora che la partorisce e fa un bambino di latte e sangue co' capelli d'oro. Che ti fanno queste sorelle? Prendono questo bambino e ti mettono in vece una scimmia leste leste. E danno ordine a un suo servitore che lo metta in un canestrino e lo butti in Arno. C'eran dei barcajoli: corron dietro a questo canestrino questi barcajoli; lo prendono e vedono questa gran bella creatura.—«Oh birbante, chi gli è stato?»—dicono questi barcajoli; e uno dice:—«Lo porterò a casa e lo metterò a balia questo bambino.»—Che ti fa? lo prende e lo porta a casa e va cercando una balia per custodirlo, che la gli desse latte. Venghiamo ora a Maestà che doveva avere la risposta da queste sorelle, come stava la sposa, come l'aveva partorito. Gli mandano a dire che la sua consorte gli avea fatto una scimmia invece di un bambino di latte e sangue co' capelli d'oro; cosa ne dovevan fare?—«O scimmia o altro, tenete conto di lei»—risponde il Re alle sorelle. Dunque, quando lui gli ha finito la guerra, torna a Firenze. Ma non era l'istesso verso la moglie. Sì, gli voleva bene; ma mai non come prima, perchè sperava nella parola che la gli aveva data. In questo tempo, la ritorna incinta. Per tornare al bambino che è a balia, il balio vede questi capelli:—«Ma guarda»—dice alla moglie,—«non ti pare oro codesto?»—Dice la moglie:—«Sì, ch'è oro.»—Tagliano una ciocca di capelli e vanno a venderla. L'orefice la pesa e gli dà una somma, ma di molto, sapete, perchè era oro pesante e bello, che questo balio e questa balia erano arricchiti con questi quattrini. Ogni giorno gli tagliavano i capelli e andavano a venderli. Venghiamo ora a Sua Maestà, che mentre sua moglie gli era di sette mesi, suo cugino gl'impone guerra un'altra volta. Ecco lui va via, va alla guerra, dice addio alla moglie:—«Ricordati delle promesse!»—Vien l'ora che la partorisce e fa un maschio come l'aveva detto, co' capelli d'oro e con le carni di latte e sangue. Le birbanti delle sorelle[6] fanno prendere il bambino e ci mettono un cane. All'istesso omo dicono:—«Buttatelo, come avete fatto a quell'altro, in Arno.»—Questi barcajoli stessi veggono un altro canestrino, vanno e lo prendono e veggono un altro bambino:—«Ah poerino! Ma che bricconate son queste?»—dicono i barcajoli. Quel navicellajo prende il bambino e fa come all'altro; lo porta a casa e poi va dalla balia e riprende quello primo e rimette questo a balia e vien via a casa[7] col bambino maggiore. Lasciamo a questi e venghiamo alla novità che doveva avere il Re, se l'aveva partorito la su' moglie. E gli mandarono a dire le sorelle:—«L'ha fatto un cane la vostra sposa; scriveteci quel che si deve far di lei.»—«O cane o altro, tenerne di conto;»—manda a dire il Re.—«O cane o cagna, tenetene di conto.»—Il navicellajo ogni tanto l'andava a veder questo bambino. E trova il balio arricchito, in una maniera! con tanta mobilia, loro vestiti tutti per bene.—«In che maniera»—dice—«vo' siete così arricchiti?»—«Oh»—dicono—«noi siamo arricchiti...»—tante bugie! Ma il navicellajo guarda il bambino e vede i capelli tutti d'oro: ci fa osservazione.—«Oh bricconi»—dice—«perchè non me lo dire? Voi mi renderete la metà dei quattrini che avete presi.»—Questi balii, gua'! gli danno la metà de' quattrini e gli dicono:—«Per amor di dio, la ci perdoni!»—«Eh!»—dice—«Io vi perdono. Basta che facciamo a mezzo, è finita.»—Venghiamo ora che lui torna alla moglie, gli mostra i quattrini e gli racconta il caso.—«Noi si taglierà i capelli al nostro e così si arricchirà.»—Eccoti che il Re che torna alla città e va al palazzo dalla sposa, sempre più serio. Ma poi, sapete, gli voleva bene di molto e sperava nell'ultimo figliolo. Lei rimane incinta un'altra volta. Mentre che la rimane incinta, eccoti il cugino che gl'impone proprio un'altra volta guerra al Re, destino proprio! Ma il Re deve andare alla guerra e gli dice:—«Addio; ricordati della promessa. Ora non ce n'è più che un solo de' figlioli.»—Ella la partorisce e fa la bambina di latte e sangue, co' capelli d'oro e la stella in fronte. Le sorelle per l'istess'omo la fan mettere in un canestrino e buttare in Arno; e ci mettono una tigre in letto, piccolina. Scrivono al Re che la sua sposa l'ha fatta una tigre; quel che le avevano a fare della sua sposa. Lui gli dice:—«Quel che volete; purchè, come io vengo a Firenze, non ci sia nel palazzo.»—Torniamo ora a questi barcaroli. Veggon l'istesso canestrino[8], lo prendono e veggon questa bambina, che! una cosa che sorprendeva. La prendono e la portano a casa del solito navicellajo. E questo poi va cercando la balia, e riprende il maschio e mette la bambina. E de' quattrini de' capelli sempre facevano a mezzo. Venghiamo alle sorelle che il Re gli lascia piena libertà di far quel che le vogliono di questa donna. La prendono, la levano di letto, la portano giù in cantina, la murano di qui in giù; dal collo in giù, tutta murata, altro che la testa fori. Ed ogni giorno gli andavano a portare un po' di pane, un bicchier d'acqua; e uno schiaffo per una gli davano: questo era il suo mangiare. Per tornare un passo addietro, il Re gli aveva scritto che murassero le stanze di questa donna dov'era stata: non le voleva veder più. Il Re torna, bell'e finita la guerra, e non fa menzione della moglie, non ne ricerca, chêh! Entra nel suo quartiere, com'era solito, senza dir nulla. Altro dicendo:—«Guarda come sono stato messo in mezzo da questa donna!»—da sè diceva. Venghiamo ora al navicellajo, che la bambina era grande, la riprende, dà uno sborso al balio e la riporta a casa. Questi ragazzi e questa bambina crescevano che bisognava vedere che belle creature erano codeste! E il navicellajo avea fatta tanta e tanta ricchezza su questi capelli. Dice alla moglie:—«Qui bisogna pensare a questi ragazzi; bisogna fabbricargli un palazzo, poerini, per quando saran grandi.»—Ma questo navicellajo stava poco distante dal Re, padre di questi bambini. Fabbrica questo gran bel palazzo che gli era anche più bello di quello del Re, davvero; con un giardino in dove c'eran tutte le meraviglie, non c'era più che desiderare. Que' bambini sempre crescevano, si fecero giovanettini; la bambina una ragazzina. Quando fu un dato tempo si ammala questo navicellajo e more. Per dispiacere, la moglie, sopraggiunge una febbre e more anco lei. E rimane questi tre giovanetti, ricchi, che figuratevi! non ve la posso dire la ricchezza che su' capelli aveva fatta il navicellajo. E i giovanetti procurorno d'occuparsi in qualche occupazione. La bambina rimaneva in casa a far le faccende domestiche. Quando aveva fatte le sue faccende domestiche, andava nel giardino così per passare una mezz'ora. Poi tornava i fratelli a mangiare, che s'adoravano: questi due fratelli adoravan la bambina e la bambina adorava loro, proprio s'adoravano da veri fratelli. Un giorno, quando l'era nel giardino, la dice da sè:—«Cosa manca in questo giardino? di più non ci pol essere. Oh che degna cosa che è questo giardino!»—Lì al cancello gli si presenta una vecchia:—«Te, tu dici che in questo giardino non manca nulla?»—la gli dice la vecchia.—«Ci mancano tre cose, bambina!»—dice.—«E quali sono?»—«Uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—In mentre la bambina la voleva dire:—«E in dove si pol ire?...»—la vecchia la sparisce, la non c'era più. E lei si mette a piangere disperata:—«Ah io credeva che non mancasse nulla, e ci mancano tre cose: uccello che parla; albero che canta; fontana, che brilla!»—E piangeva a calde lagrime. Tornano i fratelli e la veggono disperata in quel modo lì:—«Cosa c'è? cosa ci hai?»—«Eh lasciatemi stare! Era nel giardino che a me dicevo che non mancava nulla, che proprio non ci poteva che desiderare. M'è apparito una vecchia che m'ha detto: Te, lo dici che non manca nulla; ci mancano tre cose: uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Ah!»—dice il fratello maggiore—«e siei disperata per questo? Sarò io che ti farò felice. Vado io cercando queste tre cose.»—Aveva un anello questo fratello in dito; se lo leva, e gnene mette in dito alla sorella, e gli dice:—«Quando sarà cangiata la pietra, sarà segno che io son morto.»—La sorella non vole che vada:—«Ah!»—l'urla—«io non vo'....»—Ma lui parte e non gli dà retta e va via. Quando gli ha fatto un pezzo di strada; ma un pezzo, via, molto, trova una vecchia che gli dice:—«Dove tu vai, bel giovane?»—«Oh vado in cerca dell'uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerino!»—dice—«tu non sai che hai da camminar tanto!»—«Eh»—dice—«cammini quanto volete: gua', io ho da trovar questa roba.»—In mentre che tu hai finita la strada, tu troverai una bellissima piazza dove c'è una porta. Entra dentro e vedrai un cortile lungo lungo, ma lungo! Di qui e di là non vedrai altro che statue; che sono uomini e donne andati come siei ito tu, tale e quale, per cercare queste tre cose. Te, le puoi avere. Se quando tu senti urlare, strapparti per la persona, se tu non ti volti, questa roba l'è tua; ma se ti volti, tu divieni statua.»—Questo giovane ringraziò questa donna e si rimette in cammino. E cammina quanto può e arriva a questa bellissima piazza che gli avea detto ed entra nel cortile. Appena ch'egli è entrato nel cortile principia a sentire urli.—«Acchiàppalo! acchiàppalo! Lascialo ire! Dàgli, dàgli!»—Chi lo strappa di qui, chi di là, una cosa impossibile, ecco! Lui resiste per un pezzo, ma poi si volta e viene una statua. Veniamo alla sorella. La guarda l'anello e la vede che la pietra divien gialla. Urla:—«Ah! mio fratello, mio fratello è morto!»—Dice l'altro fratello:—«Se è morto il fratello, son vivo io per farti felice.»——E la bambina l'urla che non vol che vada via a nessun costo. L'urla! Ma lui non gli dà retta, scappa via ed è finita. E la ragazza rimane a piangere dicendo:—«Io son la vittima de' miei fratelli! io per la mia ambizione sono la vittima[9] de' miei fratelli!»—Il fratello cammina cammina; quando gli ha fatto un pezzo di strada trova la stessa vecchina dell'altro; l'istessa vecchina l'incontra. E lei dice:—«Dove vai, bel giovane?»—«Vado così a trovare l'uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Ah poerino, te hai a camminare assai!»—«Eh!»—dice—«questo si sa. Camminerò quanto ci vole! Tanto io l'ho da trovar questa roba.»—«Ma senti. Troverai una bellissima piazza...»—la vecchina gli dice come a quell'altro maggiore.—«E poi te troverai un bellissimo cortile. Appena che tu entri dentro sentirai urlare. Non ti voltare, altrimenti tu diventerai una statua.»—Questo ragazzo la ringrazia, va via, e trova la piazza col cortile e entra dentro. E sente:—«Ah piglialo! acchiappalo!»—Lo strascinavan di qui, lo battevano, mah! non era possibile, gua'! Stancato, si volta.—«Eh state fermi!»—Rimane una statua. Venghiamo alla sorella. Guarda l'anello e vede la pietra cangiata un'altra volta[10]. Lei urla e dice:—«Oh dio! l'è morto anche questo de' miei fratelli! Sono stata io la vittima!»—Che ti fa? Serra il palazzo e va via:—«Sono morti loro, e voglio morire anch'io.»—Quando ha fatto un pezzo di strada, la trova l'istessa vecchina.—«Ah, dove vai, bella ragazza?»—«Ah!»—la gli dice—«vado incontro di uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerina!»—dice—«tu morirai!»—«Eh! come han fatto i miei fratelli! Sono morti loro e voglio morire anch'io!»—«Lo so, che quelli eran tuoi fratelli»—la gli dice.—«Tieni queste due pentole di lardo, con questo pennello. Tieni questa boccettina per mette' l'acqua della fontana. Se ti riesce di passare, èmpila d'acqua, prendi una rama di quell'albero e acchiappa l'uccellino e vien via. Di queste due pentole io ti do, quando tu torni addietro, ungi tutte queste statue, fra quelle c'è anche i tuoi fratelli. Ungile tutte, risuscitan tutte; quante ce ne è, tante risuscitano.»—Poi la gli dice—«questa boccettina, buttala nella tua vasca, tu vedrai come brilla! Quella rama, piantala dove tu vuoi nel tuo giardino, tu sentirai come canta! E l'uccello, mettilo su un posto nel boschetto, tu sentirai come discorre!»—Eccoti la bambina, la ragazza ringrazia questa vecchina e va via via via e trova il posto che gli aveva detto. Entra e principia a sentire:—«Acchiàppala! pìgliala! pìgliala!»—sempre urli; e chi la tirava di qui, chi di là. Ma lei costante, arriva al giardino senza mai voltarsi. Entra dentro, empie la boccettina di acqua, come la vecchina gli aveva detto, prende la rama dell'albero, acchiappa l'uccello e vien via. L'uccello se lo mette in seno e poi la prende queste pentole che gli avevan dato ed unge tutte le statue, che risuscitano. Urla! tutti, uomini e donne:—«Ah ecco la nostra liberatrice! Ah ecco la nostra liberatrice!»—Urla di tutti quelli che risuscitavano. Costì c'era anche i suoi fratelli. Figuratevi! baci, abbracciamenti vedendo la sua sorella. Ognuno andiede alle sue case. La ragazze e i fratelli tornano al loro palazzo. Lei, appena entra in casa, va nel suo giardino e butta l'acqua subito nella vasca. E comincia a brillare quest'acqua: fontana che brilla, brilla che era una cosa che sorprendeva. E così pianta la rama; e la diviene un albero che comincia a cantare. E si cava l'uccellino dal seno e comincia a ragionare. Maestà s'affaccia e sente questi canti dell'albero, questi ragionamenti dell'uccello, vede questa fontana brillante e rimane estatico. E vede questi tre, due ragazzi e una ragazza, compagni come gli avea detto la sua sposa. Sente in sè un trasporto verso quei ragazzi, una cosa seria: eran suoi! Principia a discorrere a questi ragazzi:—«Oh! gran bel giardino che avete!»—dice—«gran bella cosa che avete!»—«Maestà,—dicono i ragazzi—«se Lei ci fa degni, pò venire pure a passeggiare una mezz'ora, un'ora nel giardino.»—«Ben volentieri accetterò quest'invito di venire.»—E va nel giardino di questi ragazzi, discorre del più e del meno e poi gli dice:—«Verreste a mangiare una zuppa da me?»—«Ah Signore»—dicono—«sarà troppo incomodo.»—«No;»—dice—«mi fate un regalo.»—«E allora accetteremo le sue grazie e dimani saremo da Lei.»—Il Re va via, viene a casa e dice alle sorelle:—«Domani ci ho persone a pranzo.»—«E chi ci avete?»—«Ci ho quei ragazzini di quel giardino là.»—«Quelli!...»—Esse lo sapevano che eran quelli i figlioli del Re.—«Ah noi ci dispensiamo, non si ci vole stare a questo pranzo»—dicono le sorelle.—«Perchè non ci volete stare? Son tanto boni que' ragazzi! Andiamo, andiamo, non facciamo chiasso.»—E le sorelle, gua! s'accordarono. La bambina la prende l'uccellino che parla e se lo mette in seno per andare al pranzo.—«Maestà,»—dice—«mi sono presa la libertà, ho portato ancora l'uccellino.»—«Bene: anzi sarà il divertimento della tavola!»—Quando furono sul bello del desinare gli dicono:—«Uccello, non dici niente?»—«Oh signore,»—dice—«avrei un fatto da raccontare, se Lei mi permette. Vi era un Re: in un tal tempo, non si sa per qual caso, proibì che la sera andassero fuori dalle ventiquattro in là. L'omo di cucina che sente quest'ordine, era così stanco e sudato, dice da sè: O ch'io moja di caldo o che mi faccia morir Sua Maestà, tanto è l'istesso! io vado fori. E si mette alle sponde d'Arno a prendere il fresco. Mentre che gli è a prendere il fresco, sente voci che parlano. S'affaccia. Erano tre ragazze. Una di quelle dice: O se il Re mi desse per moglie al suo scudiero, dovrebbero vedere come andrebbero le cose! L'altra: Se mi desse al maestro di casa, quello sì che vorrebbe vedere come andrebbono! La terza dice: O se Sua Maestà mi sposassi, vorrebbe vedere! Gli farei tre figli: due maschi e una bambina. I maschi di latte e sangue e i capelli d'oro, che son quelli lì; la bambina di latte e sangue coi capelli d'oro e la stella in fronte, come Lei vede. L'omo di cucina raccontò tutto al Re, che gli perdonò la vita, e maritò le tre ragazze secondo le avevan detto. Le briccone delle sue sorelle»—e l'uccellino le accenna col becco facendo col capo così—«la sua Sposa l'aveva fatto questi bambini e loro dicevano l'aveva fatto la scimmia, il cane e la tigre. E la sua Sposa è giù in cantina, murata dal collo in giù, e tutti i giorni un po' di pane, un bicchier d'acqua e uno schiaffo da quelle scimmie.»—Maestà che sente questo, corre giù alla cantina con tutti i suoi signori che avea dintorno, e trova questa infelice, murata come aveva detto l'uccellino, più morta che viva. La fa smurare, la fa mettere su di una materassa, e portare su nel quartiere a riaversi. Il Re piangeva su di lei ed abbracciava i suoi bambini dicendo:—«Tanto birbanti le mie sorelle sono state! Ma mi saprò vendicare!»—Ordina che sian rizzate le forche assolutamente nel momento. E nel mentre che la sposa cominciava a stare benino, nell'ora del pranzo, furono impiccate quelle briccone. Non si pò spiegare la contentezza di questo signore, quando vide che la sposa stava meglio e che gli perdonava. Gli chiese tanto perdono e i bambini sempre li baciava. Costì se ne stiedero tutti uniti fino che comparono. E lei gli fece degli altri figli; rimasero ricchi di tutta la ricchezza delle sorelle che avevano cose assai. E stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto la mia. L'Uccellino che canta finisce così.