[4] Bisogna aver presente la costruzione solita delle casucce fiorentine, di quelle casucce caratteristiche con due finestrucole di facciata. I portoni non sono carrozzabili. Sorgono per qualche scalino. Ci ha tanti campanelli, quanti quartieri; ed i pigionali di ciascun quartiere tirando una corda di canape o di fil di ferro possono aprir l'uscio di casa.

[5] Eri, eravate.

[6] Vaghissima proprietà della nostra lingua di poter apporre il sostantivo allo aggettivo, quasi come un genitivo retto da questo. Boccaccio. Decameron, VII, 2.—«Almeno m'hai tu consolato di buona e d'onesta giovane di moglie.»—Il Firenzuola adopera questo modo di dire a tutto pasto: La trista della volpe, la pazza della barbiera, il semplice dello istrice, ecc.

[7] Nota quel vien via a casa, quanto più energico del va o torna! E nota la tendenza di adoperare alcuni verbi con qualche avverbio di moto e di luogo, alla inglese, invece del verbo semplice proprio. Così andar di sotto (invece di cadere); star su (invece d'alzarsi); venir su (invece di salire); ed infiniti altri.

[8] L'istesso, qui, nel senso di tale e quale. Sarà stato un canestrino simile, concedo; ma come avrebbe potuto essere il medesimo? Il navicellajo non era certo andato a restituirlo alla Reggia.

[9] Sic. L'effetto per la causa. Forse pittima?

[10] Vedi lo esempio milanese, L'esempi di trii fradej, in nota alla Novella del Mago dalle sette teste, dove invece dell'anello v'è un fazzoletto. Anche nell'Adone del Marini trovasi un anello incantato, che Venere dà al protagonista, ed il quale deve rappresentargliela quand'è lontana. Nel Costantino del De Notariis (Canto XXII. Stanza LXXXIII) abbiamo invece uno specchio.

Specchio di terso acciar, grande a misura
D'un uomo allor che il braccio alto distende,
Tra quelle ricche e luminose mura,
Mostro di meraviglie anco riplende.
A chi l'occhio vi porta, apre e figura
Ne l'imagine sua cose stupende.
Ciò che brama veder, lunge o dappresso
Tutto vi scorge e vivamente espresso.

Nel Bandello (p. I. nov. XXI) v'è una imaginetta di cera, che il Musset, drammatizzando quel racconto, ha trasformato in uno specchio simile tascabile nella sua Conocchia di Barberina.