[3] Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola da calamità, quasi equivalesse a calamitoso, anzichè da calamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282): D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità, volendolo tolto dalle sue Rime:
Così in un tempo istesso ella si fa,
Mia calamita e mia calamità.
Ma Girolamo Aleandro diceva del verso del Marini:—«Quanto questo leggiadro detto sia differente da quel sciapito de' duo versi tronchi dello Stigliani, ciascun sel vede; perchè altro è il dire, che una donna allettando e tormentando l'amante gli si faccia calamita e calamità, altro, che alcuno tirandosi sopra tutti gl'infortunî si chiami calamita d'ogni calamità.»
[4] Contenta per tranquilla; come i tedeschi adoperano il loro «zufrieden.»—
[5] Anche qui l'istessa sta per una somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.
[6] Un'ora di notte, un'ora dopo le ventiquattro, alla Italiana antica.
[7] Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV del Pecorone.—«Giannotto, morto il padre, va a Vinegia, ed è accolto come figliuolo da Messer Ansaldo, ricco mercante. Vago di vedere il mondo, monta sopra di una nave ed entra nel porto di Belmonte. Quel che gli avvenne con una vedova, signora di esso, la quale prometteva di sposar colui che giacendosi con lei n'avesse preso piacere.»—Da questa novella del Pecorone il Crollalanza (così italianamente avrebbe da chiamarsi lo Shakespeare) tolse in parte la favola del Mercadante di Vinegia. Vedi: Madonna Lionessa, cantare inedito del secolo XIV, giuntavi una novella del Pecorone (Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866).
[8] Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parola ore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese. Un'ora, due ore, tre ore, dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana. L'una, o il tocco, le due, le tre (antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese; le dodici, mezzogiorno o mezzanotte.—Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice mai un terzo d'ora per venti minuti; com'è bell'uso meridionale.