[x] Manca nel Cherubini, il quale ha però coridera e corridera, femminili; e nelle Giunte e correzioni al IV volume anche Corridor, maschile, ma solo con due rr.

[xi] Boascia o bovascia, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue. Brœuda, broda, fanghiglia, poltiglia.

[2] Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola! 'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette: Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola! 'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—

[3] A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degli Amorosi Affanni, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).

TRISINDO.Nacque l'empia Girasca
Figlia d'Erpauro, che di notte Ilgiglio
E seco Arcaldo mi furò, malvagia,
Per farne un sacrificio al Re de l'ombre.
SILVIA.Et onde nacque in lei tanto aspra voglia?
TRISINDO.Perchè Girasca avea nel sen d'un rospo,
E di Cleante i figli avean nel petto
Il segno d'una stella. E sul Matese
Dargli morte volea con un suo dardo;
Per quel che poi mi raccontò Sirenio,—ecc. ecc.

[4] Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf. Pentamerone, Giornata I. Trattenimento III Peruonto)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito: Cenerò pur con la mia madre! et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo: Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare. Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta: Il Mago dalle sette teste.

XIV.

LA BELLA E LA BRUTTA.[1]