A' miei amici di milano
Se tant'è ch'io ve n'abbia.

(In 8.º di 120 pagg. oltre quattro innumerate, che contengono frontespizio e dedica). Vi erano in principio ed in fine due avvertenze, che riferisco, qui sotto, notando, che nel fondere la Novellaja Milanese con la Fiorentina, ho stimato bene di non riprodurre tre novelle, che erano nelle note a quella; cioè, una toscana, intitolata Il Convento delle Monache delle Fotticchiate[] e l'altre due napoletane, intitolate l'una Voglio—fà', Haggio—fatto e Vene—mm'—annetta e la seconda 'U Barbiere. Null'altro ho ommesso, ed in compenso ho aggiunto parecchie novelline milanesi inedite. Ecco ora le due avvertenze.

AVVERTENZA

(Stampata in principio della Novellaja Milanese)

Da parecchi anni, io raccolgo fiabe e novelline popolari. Finora ho sempre accumulato materiale, proponendomi di pubblicare in seguito ogni cosa insieme, ravvicinando e confrontando le diverse lezioni del medesimo racconto, diverse per dialetto e pel modo, in cui svolgesi il tema. Adesso, riflettendoci meglio, ho risoluto di stampare separatamente le novelle raccolte in ciascun dialetto. Procrastino il lavoro di raffronto e di paragone, pel quale è necessario un accumulo preventivo di materiale, che da un solo mal può procacciarsi. Se a me non riuscirà mai di eseguirlo, altri più felice sottentrerà prima o poi nel mio luogo; e mi sarà merito l'avergli agevolato il compito. Comincio dal mandar fuori un gruzzoletto di fiabe, facezie e novelline lombarde, raccolte in Milano stessa e nel contado. Le ho stenografate, mentre si narravano da contadine, operaje, domestiche; e quindi trascritte senza farmi lecito di mutar sillaba alla dicitura ingenua primitiva. Non ho cancellata una ripetizione, non un foderamento di parole; non ho supplito lacune. Avrei stimato delitto l'alterar checchessia, anche dove fondatamente poteva credere di migliorare. Malgrado l'ajuto benevolo di parecchi amici, non posso persuadermi di non essere incorso in errore di sorta: è sempre grandissima temerità l'affaccendarsi intorno ad un dialetto, del quale non s'è udito sillaba prima del sesto lustro. Ma dove nessuno fa, chi pel primo fa, quantunque non faccia se non mediocremente, ha forse dritto almeno a qualche indulgenza. Forse! e forse anche la temerità sua merita di venir esemplarmente scorbacchiata e castigata. Della utilità d'un simigliante lavoro per la mitologia comparata, perla novellistica e per la filologia, credo inutile parlare, perchè non suppongo esista al mondo chi la revochi in dubbio. Risparmio al lettore lunghe note intorno alle origini ed alle vicende di ciascuna novella o fiaba; e voglio solo aver dichiarato, che, con questi ventotto racconti, non pretendo mica di aver dato tutte le tradizioni orali di Lombardia, nè la miglior versione di ciascuna delle tradizioni raccolte. So benissimo esser questo lavoro di quelli, ne' quali non può mai farsi tanto, che non rimanga da fare altrettanto e più.

Firenze, xxiii Marzo mdccclxx.

AVVERTENZA

(Stampata già in fine della Novellaja Milanese)

Nel terminare, dopo meglio che due anni, da che venne incominciata, questa pubblicazione, crederei mancare ad un dovere, ad un obbligo sacro, se non vi apponessi un ringraziamento pel chiarissimo commendator Zambrini, alla cui bontà e benevolenza debbo di averlo potuto condurre a termine. Degni l'egregio uomo gradire questo pubblico ringraziamento, come documento della mia gratitudine non efimera. Del lavoro stesso dirò, ch'io non ne sono gran fatto contento. Sapevo, nell'imprenderlo, di non trovarmi in condizione da condurlo bene; sapeva, nel cominciarne la stampa, di aver fatta cosa mediocre: veggo ora anche più apertamente i difetti dell'opera. Sulla tomba dello scultore Flaminio Vacca Romano, nel Pantheon d'Agrippa, è scritto: in operibus, quæ fecit, nusquam sibi satisfecit[ii]. Sono un po' come il Vacca e riconosco volentieri, che ogni scritto mio non val gran cosa; e non aspetterò mai, che altri me ne scopra le magagne, per accorgermene. Ma ripeto quel, che dicevo, principiando la stampa di questa raccolta di fiabe milanesi:—«Dove nessuno fa, chi pel primo fa, quantunque non faccia, se non mediocremente, ha forse diritto almeno a qualche indulgenza.»—Specialmente la spero da' milanesi. E naturale, che, stenografando queste fiabe, abbia talvolta frainteso; che, nel trascrivere, abbia spesso errato; che l'ortografia non sia sempre giusta. Ripeto, io non ho udito sillaba di meneghino prima del sesto lustro. Forse, anzi senza forse, non ho incontrato le migliori novellatrici di Milano; forse, narrando in presenza mia, quelle persone si credevano in obbligo di nobilitare, di aulicizzare il dettato loro, più che non sogliano fare nelle veglie od innanzi ad un crocchio di fanciulli tutti milanesi (perchè già un poco il nobiliteranno sempre nel narrare, in Milano come a Napoli, come in Toscana e come in ogni altro luogo). Ma sarò troppo lieto, se un Ambrosiano puro sangue, per mostrarmi come avevo a fare, vorrà sobarcarsi ad una fatica consimile. Non pretendevo se non dare un esempio; non mi considero se non come un precursore. Fortunato, se potrò destare in altri l'amore per questi studî. Almeno sarà pruova dell'assoluta comunanza d'interessi e di studî fra tutti gl'Italiani; dell'affetto profondo con cui le varie provincie si amano; del sentire ciascuna di esse come cosa propria anche ciò, ch'è più speciale delle altre; questo fatto, che sarebbe stato impossibile fino a pochi anni sono: cioè, l'aver dato fuori un Napolitano di Napoli la prima raccolta di esempi e panzane milanesi.

Roma, xv Giugno mdccclxxii.