Ersilia. Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?
Magagna. Conosco.
Ersilia. Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.
Magagna. Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.
La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.
—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglie
Con due sue damigelle, empie canaglie;
E quando in mezzo[v] al mar l'onda ti accoglie,
Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.
Lagrime non curar, nè finte doglie,
Perchè le donne sono tutte quaglie,
Che ti faranno smorfie e meraviglie:
Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—
Indi intima alla moglie e damigelle,
Di parco cibo non ancor satolle,
Che senza farsi nè lisciate e belle,
Le aspetta di Gaeta al piè del colle.
Vanno quelle innocenti meschinelle,
Che il Prence di veder desio le bolle.
E nell'entrar del mar nell'ampia valle,
Le portò il marinar sopra le spalle.
Il Principe montò l'altra filuca,
E la sposa mirò come nemica,
Che non sa dove il fato or la conduca;
Lo chiamava: ma indarno è la fatica.
Fero le damigelle in mar la buca,
Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:
—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,
Ma bella, che pareva Elena greca.
Poi presero Fiorlinda allora allora,
Ma tutti quasi con ridente cera;
Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,
Cenar con Teti in questa propria sera.»—
Ma lei si smania e strazia e si addolora,
Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—
Prega, singhiozza, lagrima e sospira,
Che d'un tigre averìa[vi] placata l'ira.
Era quel marinar pien di clemenza,
E immobil stette con la sua costanza,
E solo di salvarla il modo penza (sic)
E vivere sicur nella sua stanza.
Attribuì del mare all'inclemenza
E l'impeto suo proprio[vii] e l'incostanza.
La spoglia e poi da marinar l'acconza,
E la portò nell'isola di Ponza.
L'altra mattina addolorata e mesta
Ritornò la filuca alla sua costa,
Riportando a quel principe la vesta,
Che per la sposa sua fu fatta a posta.
Nel mirar questa spoglia atra e funesta
A deliquio mortal quasi si accosta,
Toglierla comandò dalla sua vista
E nel proprio dolor piange e si attrista[viii].
[] Scrivo per esteso Novella quinta della Deca seconda, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. Il Pope, in una nota al Measure for Measure dello Shakespeare, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio, Dec. 8. Nov. 5. Ed il Warburton, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così: Decembre 8, Novembre 5. Similmente un dotto tedesco, il Beyreis, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scritto The same (cioè lo stesso, l'autore già citato) poneva Thesamius, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani!
[ii] Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuole iddio potersi usar solo al nominativo.
[iii] Cf. Schiller, Die Jungfrau von Orleans. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologico Kehrt dello Schiller, che può significare tornare ed anche spazzare o scopare, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.
[iv] Che quanto amar si può, v'haggio amato io. Ariosto.