[xxxv] Hin, sono. Mi sont, ti te set, lu l'è, nun sem, vu sìe, lor hin. (Vedi la postilla a pag. 110).
[8] Sarebbe stato più proprio il dire dello starnazzare e dello scalpitare; ma qui le membra vengono adoperate invece de' romori, che si formano con esse.
[9] Cf. con la fiaba I di questa raccolta, intitolata l'Orco. Anche lì l'anima dell'Orco protagonista è in un guscio d'uovo, che la beneficata da lui si fa mostrare con lusinghe e schiaccia con astuzia. Appo la Gonzenbach, nella fiaba Vom Joseph, der auszog sein Glück zu suchen, bisogna ammazzare un drago setticipite; spaccargli la settima testa, dalla quale vola via un corvo; pigliar questo prontamente, ucciderlo, e cavarne l'uovo, che ha in corpo, e colpire con quest'uovo il gigante giusto in mezzo la fronte: allora il gigante muore. Vedi anche in un altra fiaba appo la stessa raccoglitrice (Die Geschichte von dem Kaufmannssohne Peppino) un tratto analogo. In un conto pomiglianese (Viola) l'Orco dice:—«Pe' mm'accirere a mme, ss'ha da ì' a tale e a tale parte. Llà nce stà 'nu puorcospino. Chillo, quanno stà cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetate. E quanno rorme ss'accire; sse piglia chill'uovo che tene 'nguorpo, mme sse sbatte 'nfronte, e i' moro.»—Di questi incantesimi riposti in un uovo, mi piace accennar qui ancora quello, che si legge nella Leggenda di Virgilio Mago. (Vedi: Antiche Leggende e Tradizioni, che illustrano la Divina Commedia, precedute da alcune osservazioni di P. Villari. Pisa, tipografia Nistri, 1865):—«Era nel tempo de Vergilio preditto, edificato uno castello dintro mari, sopra uno scoglio propinquo a la cità de Napoli, lo quale oge appare et ei chiamato castello marino o vero de mari. In de la opera del quale castello, Virgilio delettandosi, con soi arti consacrao uno ovo, lo primo che fece una gallina, lo quale ovo pose dintro una carrafa, per lo più stretto forame de la carrafa preditta, la quale carrafa la pose dintro a una cabia, dintro a una piccola camera, sotto lo preditto castello alogare fece. La quale camera secreta e ben rechiusa, con gran sollicitudine et diligencia guardata fo, et da quello lo ditto castello pigliò lo nomo: imperciò che al presente èi chiamato castello dell'Ovo, che primo chiamato era castello de mari, como è ditto de sopra. E li antiqui Napolitani teneano claramente, che da lo preditto pendeano li fati et la fortuna de lo ditto castello, e che durare dovea tanto, quanto l'ovo se conserva sano et salvo et cusì ben guardato.»—
XXVII.
IL FIGLIOLO DEL PECORAIO.[1]
C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare, dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo, sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè! tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto contento nel trovare il vôto del sasso pieno di foglie secche; chè lui non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro! meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno, il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo. Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo. Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai, se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra, ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno. Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo, accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini, lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa di darla in moglie, assieme al tesoro ammucchiato, al vincitore. Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4] armi, prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e, guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa. Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che, vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse, allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu fare a darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E, spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo, apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti, chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione, disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene? Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi; e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo' vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo, apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no, Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco; e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il ragazzotto—«e il tovagliolo è vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E, il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina, si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione, quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co' medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati. Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito, e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e i convitati, andati in sala col Re e la sua corte, si sedettero a mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino, comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re. E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito, disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo. Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto collo sposo, tu risponda sempre di no alle sue richieste.»—La figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta la sera, il ragazzotto se n'andiede a letto colla figliola del Re; e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto, alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno, e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo; e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle, che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il Regno.[6]
NOTE