[1] Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«Zu Grimm (K. M. N.º 36) Tischchen deckdich u. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nella prima serie, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nella seconda serie, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nella terza serie finalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Alla prima serie di riscontri appartengono:—I. Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II. La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu (Pitrè. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III. Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte (Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Alla seconda serie di riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II. Petru lu Massariotu (Pitrè. Op. cit.)—Alla terza serie di riscontri finalmente spetta:—I. Lo Cunto dell'Uerco, trattenimento I. della I. giornata del Pentamerone:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II. Pitrè (Op. cit.) Lu scarpareddu mortu de fami.—III. Pitrè (ibid) La Munachedda.—IV. Gonzenbach (Op. cit.) Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu.—V. Bernoni (Op. cit.) Ari Ari, caga danari.—VI. De Gubernatis, (Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XXI.) Bastoncrocchia.
[2] Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:
Poi che una noce d'or colta ne avrai,
Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti,
La rechi ognor, senza lasciarla mai;
Perchè valloni sterili e deserti
Passar convienti, inabitati assai,
Là dove stanco di sì lunghi errori
Penuria avrai di cibi e di licori.
Il guscio aprendo allor de l'aurea noce,
Vedrai nuovo miracolo inudito.
Vedrai repente comparir veloce
Sovra mensa real lauto convito;
Da ministri incorporei e senza voce,
Senza saper da cui, sarai servito.
Nè mancherà d'intorno in copia grande
Apparato di vini e di vivande.
Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone
...Perchè da la fame è spinto a forza
E da la sete a desiar ristoro,
Tosto de l'aurea noce apre la scorza,
E credenza gli appar d'alto lavoro;
E la sete e la fame in un gli ammorza
Vasellamento di cristallo e d'oro,
Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa;
E non ha servi et è servito a mensa.
[3] Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,
Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.
Se la spendessi mille volte il giorno,
Mille volte in tua man farà ritorno.
Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,
La cui virtù meravigliosa è molto:
Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,
E rende al doppio più, che non n'è tolto.
Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stesso
Moltiplicarsi quel, che v'è raccolto:
Se poi vota la lassi e d'oro scarca,
Ve ne ritrovi almen sempre una marca.
La lucertola avrai da le due code,
Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—
Fra le Novelle Morali del Chierico Regolare Somasco Francesco Soave ce n'è una, intitolata Alimék o la Felicità, Novella Araba, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.]