— «Caro? Mi costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo ignominiosamente. Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri successori, perchè mi strazino e tormentino e torturino e supplizino. Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un tal prezzo la soddisfazione che mi procaccio. E se le mie carni verranno attanagliate, abbrustolate, sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia rimarrà fra gli uomini eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata dai mostri la terra. E sufficit. Più non vi dico e più non vi rispondo. Tromba, suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano di camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove s'è recato il luogotenente col distaccamento».
Chi potrebbe esser da tanto di descrivere, benchè approssimativamente, benchè in parte, lo sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida pauraccia di Don Melchiorre, con tutti i fenomeni che produce, con tutte le sue manifestazioni? Non v'ha preghiere umili, anzi abiette ch'egli non profferisse; non vi ha scongiuri codardi ch'egli non pronunziasse; non vi ha promesse ricche, delle quali non largheggiasse; supplicazioni, lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse per tentar d'impietosire o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o il sottotenente o il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato. Sennacheribbo era irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e devoti al capitano per modo che lo avrebber seguìto contro il Re loro stesso, contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il povero zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra, nella polvere, nel fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano e lo sospingevano innanzi.
Il monarca d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva dalla gran paura del collega e camminava allegramente, perchè tutto questo non gli pareva cosa seria, anzi uno scherzo, una facezia, troppo spinta, se volete, di pessimo gusto, sì, ma fecezia di quel cervello balzano del capitano. Afforcar tre re? Ma vi par'egli? Chi sarebbe tanto gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme, in una volta, come se nulla fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di contrabbando ed usurpatore, nonchè dagli altri Principi, ma da' popoli in rivoluzione. Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una triade, improvvisamente? — «Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un ricatto, che tanto sia capitano dei dragoni scaricabarilesi lui, quanto io imperator della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e cavarci una taglia maggiore. Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un capobanda. Ma vedrete, appiè del gibetto si scappellerà, ci farà degli inchini profondissimi, ci domanderà umilissimamente perdono della licenza poetica; si metterà a' nostri ordini; anzi probabilmente troveremo imbandito uno splendido digiunè, che serviranno egli e gli uffiziali!». — Così pensava quel gobbetto o diceva ai compagni di delitto.
Ma l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di Sennacheribbo eran di quelli che non possono scollarsi comechessia: nunquam dimoveas. Interrogava, con inquietitudine dissimulata l'orizzonte, tendeva l'orecchio e rallentava il passo e cercava di guadagnar tempo, sperando che sopraggiungessero finalmente i tre Reggimenti mandati a chiamare; quei tre Reggimenti che potevano arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo quadrone scaricabarile. — «Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse l'avanguardia!». — Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di rimprovero che aveva dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava provando. Morire? ed in qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti, anche giovani se volete e ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche sul letto a tre colonne, sì: ma non sono autocrati, con tutti i mezzi per soddisfar le passioni! Lui era nato per mandar gli altri ad impiccare, era contro natura che il caso suo nella fine fosse un dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi lo sue distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma Gasparre non aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna fata! e qual fata buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei mostri? Demogorgone l'avrebbe poi flagellata con mazzafrusti di colubri e l'avrebbe incantata chi sa in qual barbaro modo per un secolo almeno.
Il corteo si fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto acciabbattamente piantar le forche; che non eran certo costruite secondo tutte le regole dell'arte impiccatoria, ma via, per una volta tanto potevano servire. Già, il luogotenente non era un carnefice, ned i soldati tirapiedi; facevano alla meglio. Tre belle corde co' cappi insaponati si dondolavano alla brezza mattutina, che l'aurora cominciava ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone al galoppo e riferì al capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle forze nemiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci dell'autocrate antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a ridere scioccamente ed il despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare, a singhiozzare. Sennacheribbo senza scomporsi o titubare disse a' suoi: — «Sbrigatevi». — Fu appoggiata una scala a ciascun colonnino; un soldato si appollaiò su ciascuna traversa; due altri preso di peso ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finchè il primo potesse assicurargli il capestro al collo: poi attaccarono loro delle pietre pesantissime ai piedi legati e scesero. Sennacheribbo, che stava fumando a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e noncurante, si cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse: — «Giù!». — Le scale furono sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per la rottura delle vertebre cervicali nelle estreme convulsioni dell'agonia. In quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percosse coi primi raggi le facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci al rovaio.
— «Suonate a raccolta;» — vociò il capitano, quando fu tutto compìto, rompendo il silenzio prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de' soldati non assueti ad assistere a tali giustizie e molto meno ad aver parte in esse. E certo se non ci fosse stato quel ventiquattruplicamento di ferocia, di ardimento e di disciplina cagionato dalla vergata della fata Scarabocchiona, non avrebbero avuto animo di obbedire al capo loro, per quanto caro l'avessero. Lo squadrone si riformò in ordine di marcia, discese dalla montagnuola e ripassò felicemente la frontiera mezz'ora prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul luogo del supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non sapevano spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i cortigiani legati ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma capacitarsene proprio, non sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi corsero a spron battuto fino alla prima piazza forte della patria loro. Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si presentò al comandante e si costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente e particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero comandante strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice regicidio porterebbe e pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a questo di fuggire. — «Fingerò di non averla visto! si salvi dove e come può». — Ma, rifiutando Sennacheribbo di sottrarsi alla responsabilità degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e spedì subito per istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.
In que' due giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si divulgava qualche notizia strana e terribile, e con una progressione, un crescendo rapidissimo si giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la disparizione della Principessa! poi la notizia del ratto. Un deputato interpellò il Ministero sulle voci che correvano intorno alla reda del trono, voci che giustamente turbavano ogni cittadino devoto alla sua patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio sciorinò una lunga pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era stata furata da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità concessa loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni regola d'onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era da incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato ordine agli incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo, d'Exibo e d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e di reclamare l'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare risposte: dopo le quali proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera. Ma la quistione stare pel momento nel periodo delle trattative diplomatiche e quindi non doverglisi chiedere altro. Fu proposto un voto biasimo, e di mettere in istato di accusa il Ministero, perchè aveva fatto mancare alla Principessa una scorta sufficiente e tale da poterla salvare da un colpo di mano e tutelarla; perchè aveva lasciato sfuggire i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo viaggio per toccar la frontiera; e perchè conveniva di non aver saputo prendere alcun provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine del giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e votanti: e la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una maggioranza imponente. Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore aveva quasi perduto l'appetito, convenne ancora occuparsi della composizione di un Ministero nuovo, vedere uomini politici, mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo Gabinetto furono un proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una Nota a tutte le Potenze amiche, un ultimatum all'autocrate d'Antibo, al monarca d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionar (a richiesta loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacchè il popolo, il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava minacciosamente le strade della città ed aspettava che i Ministri uscissero dalla sala del Parlamento per istrascinarli a coda di cavallo, impeciarli e appiccar loro il fuoco. Nè, sebbene fosse tarda notte, alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar l'esercito contro un popolo che tumultuava per devozione alla dinastia, non era da pensarci, ecco!
Poche ore dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno della Principessa, ricondotta nella Reggia della fata Scarabocchiona sua santola in un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di draghetti volucri, color di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta, bargigli, giubbe, e coda del più acceso scarlatto! Tutta Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del palazzo reale. E quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma sorridente, comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un plaudire, un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale; fu un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella creatura. La Principessa fè cenno con la mano di chieder silenzio e di voler parlare. Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di tanto affetto, pregò i buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver fiducia nel Governo e.... di lasciarla riposare. La folla rispose con un'ultimo evviva e quindi sgombrò dal piazzale silenziosamente.
Poi si seppe che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo, trovatello educato per carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo Scassacocchi, arrolato volontario undici anni prima e promosso uffiziale e decorato della medaglia d'oro al valor militare per aver presa una bandiera in battaglia al nemico, quello che alla testa del suo squadrone aveva miracolosamente raggiunti i rapitori varcando la frontiera e riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti davano una biografia fantastica e cerebrina del capitano. Le mure furono ben presto imbrattate dovunque di Viva Sennacheribbo! Viva il salvatore della Principessa! I fotografi cavaron fuori tutte le negative che rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi esorbitanti de' ritratti apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo Scassacocchi e s'impossessò della madre adottiva del capitano e la portò in trionfo, processionalmente. Venne aperta una sottoscrizione per offrirgli un dono nazionale. La sera tutta la città era illuminata spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero abbaino dove non si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo acceso, una candela circondata di carta almeno.
La dimane si riseppero finalmente molti particolari della spedizione; e che Sennacheribbo aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che Guasparre I, Melchiorre XVII e Baldassare V avevan fatto un ballo in campo azzurro, e che il capitano si era costituito prigioniero in una delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e tutta Scaricabarilopoli giocò il terno uno, cinque e diciassette, i numeri del capitano, come dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle prenditorie, tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i botteghini rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle cinque per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze scaricabarilesi, l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i cinque numeri estratti furono: il tre, il trentanove, il ventuno, il sessantadue ed il cinquanta.