Sol per costei s'accora:
Volate, o draghi aligeri,
In men d'un quarto d'ora!
E salutò con la mano l'ufficiale; e gli disse: — «Arrivederci», — e sparve.
Sennacheribbo seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una striscia luminosa per lo ciel sereno, e si riscosse al suono d'un sospirone che gli sfuggiva dal petto. Corse con la mano agli occhi e li trovò molli di lacrime, che rasciugò col dorso di quella, sgridandosi, riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di tanta fiacchezza in quel momento: — «Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che sospiretti e lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve vedere quanto nessun sole ha mai visto».
Scese al pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare un distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e sapone e travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là, poco discosta, onde si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso del fiume regale che passava poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi prontamente tre forche. Il luogotenente salutò senza fiatare, e s'avviottolò subito con un picchetto. Quindi il capitano si fece condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V, Melchiorre XVII e Gasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate d'Antibo, che non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese con che ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in piena pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma Sennacheribbo, che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo lasciò perorare.
— «Zitto là! Mi meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi per prova la vostra sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di Coppa di oro. Non vi considero come Re, anzi come rei: ed avete rotta la pace voi, senza dichiarazion precedente di guerra. Siete briganti, banditi, masnadieri, grassatori, ricattatori, plagiari, i quali accolti e trattati come ospiti cari da noi, con tradimento inaudito, senza un pretesto al mondo, avete osato rapire una fanciulla minorenne, una principessa reale, la figliuola unica dell'ospite, rapirla inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredito ogni legge umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro? Da lunga pezza siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima enormità colma la misura e trabocca la bilancia».
— «Ho Dio solo per giudice delle azioni mie, io» — rispose il guercio. — «Sono Re sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato di altro Re non può sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di un matto da catena... ma il primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno del vostro padrone...»
— «Risbagliate i calcoli. Riconducendovi prigionieri a Scaricabarilopoli, metterei in imbarazzo grandissimo il Governo e finireste per iscapolarla impuniti e per muoverci una guerra di sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe ragazzata.... e mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho pensato meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si scorge il Regno, ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che passa per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate d'Antibo, volevi appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi morisse di fame e di strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e strangolati tutti e tre prima che passi un'altr'ora. Così l'uman genere, sarà libero da questa pestilenza che lo ammorba».
— «Capitano,» — disse tremando il despota d'Exibo, — «signor capitano mio! Ella scherza! Badi a quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più visto, troppo caro le costerebbe».