— «Può, può; basta che voglia».
— «Allora... Di che si tratta?»
— «Vegga l'Altezza Vostra: io, ho novantanove anni, ed ho sempre stentato al mondo o sofferto e servito: sempre sono stata maltrattata e schernita. La vita mia è sempre appunto il contrario della vostra, di voi che siete accarezzata ed ossequiata da tutti, che non avete mai sperimentato cosa sia bisogno e penuria, che innanzi di aver finito di esprimere un desiderio lo vedete già adempito. Prima d'esser buttata nel carnaio vorrei scialarla un giorno solo; ed in quel giorno assaporar tutti i comodi della vita; e che l'Altezza Vostra stessa m'accudisse, attendesse a servirmi per quella giornata lì».
La domanda indiscreta della vecchiarda fece dapprima quasi ribrezzo alla Principessa. Una richiesta siffatta ne offendeva l'orgoglio legittimo ed i sensi delicati. La figliuola d'un Re di corona, l'ultima discendente di cinquanta sovrani, l'erede del Regno di Scaricabarili, la futura dominatrice di 654,321 miglio quadrato di territorio e 123,456,789 sudditi (secondo l'ultimo censimento ufficiale), educata come a nobil principessa s'appartiene, abbassarsi a prestar cure servili ad un'accattona, alla più umil persona dell'infima plebe! Come, lei, donna Rosmunda, sempre linda e schifiltosa, sempre profumata d'acque nanfe, toccar quelle caccole, quelle croste, quelle gromme, quella tigna, quella scabbia, que' cenci sordidi e puzzolenti!, esporsi a prender quelle malattie schifose!, sentir trasmigrare nella propria biancheria, sul proprio corpo, nella bella capigliatura, i pidocchiacci, i cimicioni, le pulci, gli àcari, tutte le generazioni di insetti che formicolavano sopra e sotto la cute della vecchiarda! Brrrrr!, c'era di che svenire al solo pensiero! E la Rosmunda stava per rispondere sdegnosamente alla mendicante ch'ella era matta, che si facesse in là, che non ardisse toccarla, che chiamerebbe gente per espellerla dal giardino e condurla al manicomio..., ma poi, riguardando quell'avanzo del tempo e della miseria, si sentì rintenerire. Vide una tale agonia, una tale intensità di brama espressa in quegli occhi, in quel volto che ebbe a impietosirsene. Cominciò a pensare: — «Poveretta! costei ha tribolato novantanov'anni continui, miserrima, scontraffatta, malaticcia, zimbello di tutti, litigando con la fame, senza gustare una dolcezza, senza impetrar mai soddisfatto un voto suo, per quanto onesto e discreto. E sta in me di appagartene uno, tanto naturale! Ma come si fa a vincere la ripugnanza che provo, ch'è somma? Se almeno fosse più pulita! Se non avesse quella rogna e quella tigna e quel brulichio addosso... Allora non avrei tanto schifo.... Ed allora che merito ci sarebbe? A voler fare atto gentile, questa repugnanza appunto vuole esser vinta, e vinta senza ch'ella pur lo sospetti. Mostrata, torrebbe ogni pregio all'opera umana. Sono o non sono cristiana? E dubito di fare una buona azione, di contentare un poverello di Cristo? Io, che malgrado la minaccia di nozze abborrite ho ancora consolazioni e speranze, che il padre comune ha trattato da figliuola prediletta, sento l'obbligo di procacciare una consolazione a questa meschina, di realizzarne una speranza. Non è mia suddita? O non è dovere pe' Principi il curare il bene e la felicità dei sudditi? Povera vecchiarella, mi fa compassione proprio.... Quand'anche, dopo, dovessi radermi i capelli o trovarmi mischiato qualche malore, non ho il cuore di negarle quel che desidera».
Risolvendosi adunque, invitò con benigno volto la vecchiarda sciancata a seguirla; e, non potendo questa camminare agevolmente, le offerse il braccio. La mendicante vi si aggrappò rozzamente, e, passo innanzi passo, più arrembatamente delle tartarughe, più lentamente delle lumache, confortandola sempre la Principessa con buone parole, mentre ella ad ogni pedata traeva un gemito, giunsero al palazzo.
La Rosmunda fece preparare un bagno caldo profumato e rimandò le cameriste e spogliò con le proprie mani quella pezzente e se la tolse in collo e l'adagiò essa stessa nella vasca di giallo antico; la soffregò col sapone e poi la rasciugò con lenzuola ed asciugamani tepidi; la pulì tutta, la pettinò, la medicò con unguenti prescritti dal protomedico di Corte, la rivestì di buone vesti. Quindi la presentò al padre. — «Come un ospite» — diceva lei — «che mi ha recata una commendatizia di Colui, ch'è giudice de' Re della terra. Come! se il più abjetto principe e dappoco ci manda un qualunque ambasciadore, un misero ministro plenipotenziario, un aborto d'incaricato d'affari, uno spione salariato, lo si accoglie con pompa, gli si smalta il petto di crascià smaglianti, gli si danno simposii e balli e rappresentazioni di gala. E trascureremmo poi i miserelli, quando i miserelli appunto sono i messi dì Gesù!» — Il padre, che trovava sempre ottimamente fatto quantunque la Rosmunda facesse, sebbene non consentisse in cuor suo a questa teorica, che, largamente praticata, avrebbe trasformata la Corte in un ricovero di mendicità, pure accolse con benignità la vecchia e degnò chiacchierar seco. E fu stupito egli stesso e fu stupita la Rosmunda e tutta la Corte fu stupita, che un'accattona avesse tante cognizioni e sapesse parlar tanto per benino.
Dopo il pranzo la vecchierella affermò d'aver proprio bisogno di schiacciare un sonnerello. La Principessa la condusse nella camera propria e la vestì lei stessa come si veste un bambino, ed introdottola nel letto e chiusi i cortinaggi, sedette poco discosto in una poltrona, e cominciò a leggere un libricciuolo al lume di una lampada a petrolio, posta sul tavolino da lavoro. Di tempo in tempo, interrompeva la lettura, posava il libro sul tavolinetto, si alzava e si approssimava alla dormiente, per assicurarsi che riposasse tranquilla. E quando riboccava le lenzuola, e quando rincalzava il letto, e quando sprimacciava la coltrice, e quando rassestava i guanciali, e quando le tergeva il madore dalla fronte; insomma le prodigava quelle cure pietose, che le buone infermiere tributano agli ammalati affidati loro. E la guardava con affetto, perchè le anime gentili si affezionano appunto beneficando; e pensava: — «Domattina, avrò cuore di rimandar costei? Mi basterà l'animo a permetter, che mi lasci? Per opera mia questa meschinella avrà gustato, delibato un po' di bene, acciò le appaia quind'innanzi più squallida la miseria? Un giorno di vita comoda la farà tribolar peggio ne' dì vegnenti! Bella carità! O non sarebbe stato più umano il respingere senz'altro, ricisamente la sua preghiera? Esaudendola, ho contratto in certo modo l'obbligo morale di provveder per sempre a lei. No, la mia vecchierella non se ne andrà nè domani, nè mai; non mi abbandonerà più, più. Io già non le do licenza di partire, dovesse anco costarmi maggiori e peggiori ripugnanze l'assisterla. Dio mio, ispiratele di non opporsi alle intenzioni mie ed allungatele la vita, acciò non le incresca di esser nata, e non commetta il peccato di mormorare contro la provvidenza vostra!».
Così pensando, aveva posato il libro sulle ginocchia e congiunte le mani; e guardava verso il letto. Vide agitarsene le cortine, e stava per accorrere a' servigi dell'ospite. Qual non fu mai la sorpresa, anzi lo spavento di lei, quando le tende del parato si aprirono, e ne uscì una donna vaghissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto, da rischiarare splendidamente la zambra e da fare impallidire il lume a petrolio. Contemporaneamente tutta la Reggia fu scossa come da un tremuoto e s'udì come lo schianto di un tuono. La Principessa balzò in piedi esterrefatta; il libro ruzzolò per le terre; ed ella aprì la bocca per gridare accorruomo: ma lo spavento e la meraviglia le avevan tolta la voce. E quella donna vaghissima le mosse incontro, sorridendo amorevolmente; ed aprendole le braccia, disse: — «Non gridare! non temer nulla! Chi credi tu, ch'io mi sia? Ho faccia di cattiva, io? Ti sembra, ch'io possa voler far del male a te o a chicchessia?»
— «Signora... Io.... Lei.... Come qui?» — rispose la Rosmunda, non ancor del tutto rassicurata, ma vergognandosi d'avere avuto paura. La paura non era nelle abitudini de' membri di quella dinastia.
— «Son la tua santola, sai! sono la fata Scarabocchiona; quella, che ti ha tenuta sul fonte battesimale....»