«Questo credito sarà iscritto nella parte straordinaria del bilancio delle Finanze, in apposito paragrafo 7 bis, sotto la rubrica: Spese per ospitare e festeggiare i proci della Principessa ereditaria.
«Art. 4. Non potranno concorrere i minorenni, gli ebrei, i negri, i rognosi, i tignosi e generalmente chiunque è affetto da malattia della pelle.
«Art. 5. Lo sposo della Principessa dovrà passare almeno otto mesi dell'anno nel Regno; e non potrà condurre fuori la moglie. Caso fosse una testa coronata, l'unione dei due Reami dovrà essere puramente personale, ed il soggiorno abituale nel territorio scaricabarilese.»
Questa legge non passò mica per acclamazione: anzi incontrò molte difficoltà, sofferse emendamenti, e stette lì lì per pericolare. L'opposizione voleva modificare l'art. quinto; e pretendeva che il marito della Principessa, se Re altrove, dovesse abdicare. Il Ministero pose la quistione ministeriale, e vinse. Anche all'articolo quarto, quello delle esclusioni, ci fu tempesta. I partigiani del monarca d'Introibo avrebber voluto annoverare fra le cause d'esclusiva la claudicazione e lo strabismo; i fautori del despota d'Exibo la scrignutaggine e gli occhi torti; e gli aderenti dell'autocrate d'Antibo la gibbosità e la zoppaggine. Ma fu fatto osservare, che la Camera si metteva su d'una mala strada; e che, se s'avevan da scartare tutti i difettuzzi corporali, probabilmente nessun principe sarebbe in grado di pretendere alle nozze della Rosmunda, e bisognerebbe ricorrere ai facchini, ai bazzarioti, ai camalli, ai bastagi, nei quali soli si trova la perfezione statuaria del corpo. Dopo lungo discutere l'articolo venne votato in questa forma: «Sono esclusi dal concorso i minorenni, gli acattolici, i negri, gli epilettici, i mutilati, i ciechi, i sordomuti, i gozzuti, i rognosi, i tignosi, e generalmente chiunque è affetto da malattie dermatiche. Sarà considerato maggiore chiunque è tale per le leggi del proprio paese».
Ma la burrasca tremenda fu all'articolo terzo, che venne rimandato e discusso per ultimo. Chi sosteneva eccessiva, esorbitante, la somma stanziata; e paragonava invidiosamente i banchetti ed i palagi offerti a' proci della Principessa col pan di cruschello e co' tuguri affumicati del povero popolo, dal quale dovevano spremersi le lire quarantun milione, quattordicimila settecentotto ed i centesimi trentasette. Altri invece affermava, che la somma domandata riuscirebbe scarsa all'uopo ed insufficiente, meglio aumentarla allora, che esporsi alla presentazione di crediti suppletori. Finalmente, dietro mozione di un partigiano delle economie sino all'osso, la somma totale venne ridotta a quarantun milione, diecimila trecenventinove lire e settantasei centesimi; ossia ridotta di quattromila trecensettantotto lire e centesimi sessantotto, cioè di trecensessantaquattro lire ed ottantanove centesimi al mese, come può verificarsi da chiunque ha poco abbaco. La Società tutelatrice dei diritti del popolo votò un indirizzo ed una medaglia d'oro all'animoso deputato, che aveva saputo procacciare un tanto disgravio ai contribuenti, incoraggiandolo a proseguire nel difficile cammino: Sic itur ad astra. Il dritto della medaglia doveva rappresentare esso deputato in figura di Ercole, che strappava un'offa ad un Cerbero col motto: Pochi compagni avrai per l'alta via. Il rovescio conteneva le parole: Economia di quattromila trecensettanta lire e centesimi sessantotto. La Società tutelatrice dei diritti del popolo al deputato Lesina. L'indirizzo venne subito presentato: della medaglia i sottoscrittori ed il deputato Lesina stesso aspettano ancora le notizie. E stando, che la Camera, per avere impiegati sette giorni alla discussione di questo articolo e tredici a quello delle esclusive, si trovava stanca ed i Deputati avevan fretta di tornarsene alle case loro a celebrarvi la Santa Pasqua; la legge pel rinnovamento del privilegio alla Banca fu votata in quindici minuti alla svelta, e si sbrigarono due o tre bilanci in una seduta sola.
Il primo maggio fu la presentazione e l'accettazione dei concorrenti. Principali erano: il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo. Poi ci fu un vecchio general di esercito o maresciallo che dir si voglia, di non so che lontano paese, di Fanfaronia, credo; due poeti; cinque o sei nobilicchi spiantati; un dipintoruzzo di sorici; un maestro di pianoforte; ed un tenore. Insomma, tutti i cenci vollero entrare in bucato. Un banchiere ricchissimo, millionario, nella cui anima plutocratica era, non si sa come, germogliata una più degna ambizione, venne scartato a termini dell'articolo quarto perchè afflitto da un orzaiuolo.
In questa schiera di corteggiatori, certo, non ve n'era alcuno che potesse non dispiacere alla bella Rosmunda; ed il denaro pubblico sarebbe stato meglio sprecato, mantenendo un serraglio di fiere, un giardino zoologico. La presunzione e l'albagìa degli avvocati la stomacava: sapevan tutto, parlavan di tutto, discutevan di tutto, sofisticavan su tutto, securamente, imperturbatamente, arrogantemente. Figurarsi! quegli avvocati, obbligati dalla professione ad immischiarsi di tutto, finanze, agricoltura, commercio, industria, religione, guerra e persino giurisprudenza, erano onniscienti, onnipotenti; o, per meglio dire, solo una cosa ignoravano: la coscienza, sola una cosa non potevano: esser galantuomini. La facondia loro volgare; gli artifizi rettorici triviali; i sofismi plebei; le frasi ad effetto plateali; offendevano il buon gusto della Principessa. La quale non sapeva comprendere, come que' farabutti potessero tanto nelle assemblee e nelle adunanze popolari. Ma noi possiamo comprendere il perchè: le assemblee ed i comizi non sono composti in maggioranza da persone ammodo, colte ed intelligenti quanto la Principessa Rosmunda!
Raffaello Granata, il Cimadibue dalla lunga zazzera e dalla berretta di velluto, era almeno soltanto noioso. S'aveva imparate non so che frasi sul pittore universale e faceva di tutto: lui frescante, lui acquarellista, lui pittore ad olio, a guazzo, con l'encaustico; lui pittore di genere e di storia; lui ornatista, fiorista, figurista, paesista, prospettista, ritrattista, internista, animalista, scenografo. Persuaso, che l'arte, per la quale si credeva nato ed alla quale tutti il giudicavano negato, fosse quanto v'ha di più grande al mondo, degna di ogni corona e d'ogni esaltazione, voleva rinnovare il miracolo di Borgo Allegro. Pretendeva, che la Rosmunda gli stesse a mossa per una Madonna grande al vero, ch'egli avrebbe poi regalata alla Metropolitana di Scaricabarilopoli. Con quel modello e con la sua valentìa come non fare un capolavoro? Ma il premio sperato da questo impiastratore, da questo pittor da sgabelli, da boccali, da fantocci, da candele, da chiocciole, da taverne, da colombaie, da marzocchi, era ben altro da quello ottenuto da Cimabue. Gli Scaricabarilopolitani, entusiasmati al paro de' Fiorentini del Dugento, lo avrebber portato in trionfo e la Principessa sarebbe stata sua.
La presunzione del pianista era più fatua. Quel tartassator di tasti dalle spiovute chiome, ragionava così: — «Il Parlamento ungherese ha votato una spada di onore a Francesco Liszt, per qual merito? per una grande agilità negli arpeggi e per aver composto sonate, che intronano gli orecchi. Darò io dei concerti, io, che assorderanno, altro che intronare! farò vedere io, cosa sia lo spadroneggiar sul pianoforte, sul cembalo. E se questo Parlamento non mi decerne la Principessa, vuol dire che son tutti barbari, che nulla comprendono dell'arte, nulla!».
Il tenore guardava dall'alto in basso il musico. Egli era un pezzo d'omo, con certe spallacce, con un petto! e pettoruto! Le marchese e lo banchieresse di tutta le città, nelle quali s'era prodotto, lo avevano sempre distinto. I palchi, le platee, i lobbioni gli avevan prodigati gli applausi ed i battimani; gli erano stati offerti gioielli per sottoscrizione pubblica; i Municipii gli avevano data la cittadinanza onoraria; il popolo gli aveva staccati i cavalli dalla carrozza e ci erano stati degl'imbecilli, che vi si erano attaccati per istrascinarla. Del resto, salvo queste virtù amatorie e canore, nulla: ignorava la grammatica e le creanze. Ma stimava facile di piacere alla Principessa, e di destare negli Scaricabaripolitani lo stesso fanatismo suscitato presso non men colti pubblici e non meno inclite guarnigioni.