Parliamo un po' de' poetonzoli, entrambo compenetrati dalla missione dell'arte; entrambo convinti il poeta essere superiore a tutti ed a tutto (persino alle regole di sintassi e di prosodia) ed il genere umano doversi stare in ammirazione innanzi ad esso e rispettarne e secondarne i capricci ed aspettarne la parola, il verbo, la luce, la rivelazione. Perchè la parola è rivelazione; e la rivelazione è luce; e la luce è verbo; ed il verbo è dio, ed il poeta è vate, ed il vate è profeta. Nell'animo cristallino del cantore ispirato si ripercote tutto il mondo umano e divino; esso animo è il vero centro del mondo. Infelice il secolo, che disprezza e lapida e crocefigge e schernisce e frantende il poeta-messia! Misera quella donna, che potrebbe intrecciar le rose agli allori ed invece circonda di spine le teste radianti ed ispirate! Ma un verso, una parola del poeta vindice reca loro il meritato castigo e li mette alla berlina per l'eternità. Sentir tutto il giorno questa litania non è uno spasso.
— «O Dio!» — pensava la Rosmunda, «quanti vituperii diran costoro di Scaricabarili e di me! Eppure preferisco qualunque ingiuria loro alle lodi, di cui m'infastidiscono adesso!»
Quanto al general Fabrizio Tremolowski, gli era uno di quegli avventurieri, che portano la loro spada dovunque si combatte per la libertà, per una causa giusta e santa! che ogni Governo provvisorio promuove di uno o due gradi, ed i quali hanno arraffata riputazione di prodi senza aver mai preso parte ad una battaglia affrontata o di strategici per una resa. Sono eroi delle quattro parti del mondo, perseguitati da tutte le Polizie, ed alimentati da tutte le sottoscrizioni patriottiche. Ostentano sempre alcun solenne di sberleffe... ricevuto in qualche bisca ed un naso rosso a peperone. Talvolta le rivoluzioni gli impongono anche ai Governi ammodo: allora perdono in tutta fretta una battaglia e poi si pappano per una ventina d'anni la pensione di ritiro.
Ma insomma tutti costoro avevan pure o s'illudevan pure di avere qualche merito: parte vantava nobili studii; parte o giusta o ingiustamente aveva ottenuta o scroccata celebrità o popolarità. Tenore, maestro di musica, poetucolo, pittorello, condottiero, cavalocchi, erano qualcosa. Ma la nullità piena, la più stucchevole oltracotanza, il grado massimo di fatuità si rattrovava nei nobiluzzi spiantati, ne' gentiluomini squattrinati. Nel Regno di Scaricabarili, aboliti feudi e fidecommessi e maggioraschi, i cosiddetti nobili, sprovveduti di qualsiasi privilegio o prerogativa, erano ormai semplicemente de' titolati: e la vanità del titolo faceva sì che non istudiassero e lavorassero; che attendessero soltanto alle femmine, al giuoco, a' cavalli, a futilità. E nondimeno si reputavano dappiù, si figuravano d'essere l'eletta della nazione, chiamavano altavita le occupazioni, che non erano neppure una vita! La Rosmunda, avvezza a conversazioni meno sguaiate, non sapeva rassegnarsi ad ascoltarne i pettegolezzi; ed avrebbe preferito persino il tenore ad uno di siffatti duchi o marchesi.
Tali erano i candidati da burla: privi d'ogni probabilità, non si erano potuti escludere a priori dal concorso, essendosi il partito democratico assolutamente opposto ad ammettervi i soli rampolli di famiglie reali, di dinastie. I candidati serii erano pur sempre Baldassare V d'Introibo, Melchiorre XVII d'Exibo, e Guasparre I d'Antibo, triade scontraffatta.
Il vecchio Baldassare, rimbambito e melenso, supponeva bona fide d'essere un uomo di spirito; e, se non fosse stato monarca, avrebbe fatto stampare la raccolta delle freddure dette e delle melonaggini stampate. Vecchio squarquoio e cascatoio, cascante di vezzi, si pose a fare il cascamorto con la Rosmunda. Brutto gobbo! e' non s'accorgeva nemmanco, che le sue scene, la sua svenevolezza provocava solo i cachinni e gli sghignazzamenti della intera Corte. Componeva e declamava certe anacreontiche, da disgradarne quelle dello Ingarrica; e diceva le più belle corbellerie del mondo con faccia cornea. Un giorno, la Principessa intervenne ad un pranzo di gala con una collana di cammei. E lui: — «Che bel collare porta vilipeso al collo donna Rosmunda!». — Si doveva andare al teatro: la Principessa chiese che musica si dèsse; e lui pronto: — «Il Saffo!». — Per quanto garbata, la Principessa non potè dissimulare affatto un risolino; e lui: — «Lo so, lo so, signora letterata; lo so, ch'è una s impura, lo Saffo, lo Saffo». — Passeggiavano in giardino: la Rosmunda notò, ch'egli stropicciava il piede in terra: — «Che c'è, Maestà?» — «Nulla, ammazzavo uno scarabocchio». — In un gran ballo, mentre la Rosmunda ballava, egli esclamò ad alta voce: — «La Principessa balla come una Stinfalide!».
Per acquistarsi poi l'affetto del popolo, era divenuto la vera caricatura di que' sovrani alla Giuseppe II, celebri per la famigliarità, con la quale permisero a' sudditi d'intrattenerli: frequentava i caffè, i bigliardi, le birrerie, le fiaschetterie, le osterie, le bettole, i liquoristi, i balli pubblici, ogni luogo di ritrovo, e persino quelli che la gente per bene schiva, dimostrandosi affabile, alla buona, alla mano. Ma la famigliarità è pericolosa: mostrarsi nudo e senza prestigio non fa mai conto. Gli stessi grand'uomini non son mai tali pe' loro camerieri; e scapitano sempre nell'estimazione di chi li avvicina con dimestichezza. Figuriamoci poi uno sciocco! Ben presto il monarca d'Introibo divenne il buffone, il zimbello degli Scaricabarilopolitani. Tutti ne facevano strazio. I bell'ingegni del volgo il caricatureggiavano, il mettevano in novelle ed in canzone. Gli si affibbiavano più corbellerie, più balordaggini ancora, ch'egli non facesse o dicesse, e s'era trovato verso e modo di calunniarlo. Gli appiccicavano appigionasi dietro le spalle; i monelli gli facevan ressa intorno e gli si accalcavano alle spalle con battimani e tripudio e grida ironiche. Insomma la plebaglia godeva di vilipendere e schernire in lui la Maestà Regia; ed egli s'immaginava d'esser davvero amatissimo ed accettissimo all'universale, e che quelle beffe fossero le acclamazioni trionfali, mercè delle quali avrebbe ottenuta la Rosmunda.
Il despota d'Exibo era un tipo d'altro genere. Mischiarsi nella folla, lui, Don Melchiorre XVII, lui, persona inviolabile e sacra? E se lo avessero aggredito? E se qualche gaglioffo avesse osato por le mani addosso all'unto del Signore? E se quelle maledette gambacce disuguali, spaiate, fossero state motteggiate da qualche temulento o temerario? Esporsi a pericoli, al ridicolo! Oh no, no, mai! per nulla al mondo! Ma gli Scaricabarilopolitani son gente urbana, ossequiosa: e poi, chi avrebbe dovuto avercela con esso lui? Eh non si sa mai! Nel dubbio, astienti! Eccesso di prudenza non nocque mai. Per amicarsi la plebaglia e propiziarsela, quando usciva in carrozza, preceduto dal battistrada e da un picchetto d'onore, con gentiluomini a cavallo a' due sportelli e seguìto da un plotone di cavalleria, gettava denari di qua e di là. Ne gettava talvolta anche dalle finestre del palazzo, allibendo e tappandosi poi dentro, tutto spaurito, quando i mascalzoni accalcati per raccattarlo s'abbarruffavano od anche solo applaudivano tumultuosamente. Una volta, in una festa a Corte, svenne al bel meglio, perchè alcuni razzi del fuoco d'artificio presero fuoco inaspettatamente prima del tempo. Lui n'ebbe a morir dalla paura: chi sa cosa immaginava che fosse. Notò un'ombra d'uomo, che traversava il cortile verso mezzanotte: subito mandò a chiamar la Polizia, fece circondare e rovistare tutto il palazzo, e, quando fu dimostro, l'ombra esser un guattero, che si recava a far visite notturne alla moglie del portinaio, scrollò il capo con aria incredula, volle raddoppiate le guardie, si lagnò con Re Zuccone della Polizia inetta o complice di non so che regicidio fantastico, e fece cantare un Tedeum in ringraziamento all'Altissimo, per averlo scampato da tanto pericolo. I suoi agenti avevan però continui abboccamenti con persone influenti, con membri del Parlamento; e, profondendo tesori, cercavano di assicurargli buon successo.
Ma, se questi duo proci venivan disprezzati e dal popolo e dalla Principessa, l'autocrate d'Antibo seppe farsi abominare; ed avrebbe appreso ad esecrare il nome di Re alla più monarchica nazione. I modi alteri e facchineschi; le violenze continue; il fasto scompagnato da ogni caritatevolezza; la ferocia dimostrata perfino verso i cani delle sue mute ed i cavalli de' suoi equipaggi: il fecero detestare da tutti... Ma, poich'egli ebbe preso un paio di volte a cravasciate i borghesi, che nol salutavano abbastanza reverenti, tutti gli sciocchi, i quali accorrevano in folla per ammirare lo sfarzo del suo corteo, gli si scappellavano e lo inchinavano. Egli pensava: — «Tiberio avea ragione:! tutto sta a farsi temere. Quelle quattro scudisciate han fatta una impressione tale sugli animi degli Scaricabarilopolitani, anzi di tutti gli Scaricabarilesi, che non c'è dimostrazion d'ossequio, ch'io non possa ottenerne. Sceglieranno me, per paura del castigo, che verrei loro ad infliggere, se osassero antepormi altri. Hanno visto, che meco non si celia. Non sono mica un Re fantoccio alla moderna io, un di questi Reucci costituzionali, o di questi Regoli illuminati: no, sono di quei veri autocrati all'antica, che camminavan sempre con a lato sargenti pronti ad eseguirne ogni comando; ed i quali non isdegnavano, quando mancasse il sargente, maneggiar con le proprie anguste mani il mazzafrustro o la bipenne, cattera!».
Nè Guasparre smargiassava, fanfaroneggiava, millantando vizii che non avesse. Sentite questa. Aveva condotto seco, dal Regno d'Antibo, grandissimo numero di cortigiani, famigliari, domestici e creati; fra gli altri un coppiere, giovanetto imberbe ancora ed al quale diceva di volere un bene grandissimo. Lo aveva soprannominato Coppa d'oro; nè soffriva, ch'altri il servisse di coppa: ed il giovane riconoscente sforzavasi di servirlo di coppa e di coltello. Pure, un giorno, gli venne porto all'autocrate un calice di vino ammoscato; intendi: nel quale stava in infusione il cadaveruccio d'una mosca. Chi descriverebbe i furori di Re Guasparre, allorchè vide la bevanda moschifera? Fece amministrar venticinque buone nerbate al Coppa di oro; e gli dichiarò che, in caso di recidiva, gli avrebbe fatta esalar l'anima sotto le verghe. S'era nell'agosto; ed in Iscaricabarilopoli, città moscosissima, nessuno rimembrava di aver mai visto negli agosti precedenti tanta copia di mosche, tal quantità di mosconi, tanti stuoli di moscerini, tali turbe di mosconcini, tal novero di mosconacci, tal moltitudine di mosconcelli, tanta folla di moschette, tanta adunanza di moscini, tanto popolo di moschettine, tanta frequenza di moscherelli, tanto spesseggiar di moscherini, tanto concorso di moschini, tanto esercito di mosciolini e tanta folla di moscioni. Scaricabarilopoli era tutta un moscaio. I signori salariavano persone apposta per moscare con gli scacciamosche, le ventole, le roste, i ventagli, i paramosche: per ogni stanza si tenevan tre o quattro piattelli con carta moschicida, cinque o sei acchiappamosche prussiani; ed il suolo era bruno per gl'innumerevoli cadaveri moscherecci. Ma non pareva, che quello sterminio le diminuisse: e le moscaiuole ed i guardavivande non bastavano a riparare i cibi e le provviste. La povera gente pappavano mosche in ogni pietanza. Anzi, il dottissimo Dummkopf, professore a Gottinga, nella Filosofia e Storia comparata della culinaria e della gastronomia volume quarto, capitolo sessagesimoquinto, pagina seicentonovantotto della settima edizione, annotata dall'egregio Zeitverlust, racconta, che, abituandovisi, le trovarono finalmente gustose; e che s'inventarono alcuni intingoli speciali per condirle; e che gli Scaricabarilesi son tuttora moschivori ed educano ed ingrassano apposta in certi loro moschili sciami, o gregge di insetti. Cosa, della quale non può dubitarsi, vedendola affermata da due tali rappresentanti della scienza tedesca!