Pensate come stesse attento il pocillatore di Re Guasparre! Pure, il diavolo ci mise la coda; ed una volta, in quella appunto che porgeva un bicchiere di barbèra spumante alla Maestà Sua, ecco una moscuzza scapata e ghiotta casca nel vino. L'autocrate comincia a bere ed avverte un cosa fra lo labbra. Gli salta la mosca al naso, prende la cosa con l'indice e il medio della sinistra, guarda e riconosce la bestiuola semiviva. Chiama Coppa d'oro e gliela mostra sul tondo di porcellana bianca, senza profferir verbo, ma con una guerciata terribile.
Il fante di coppe allibì. Volentieri avrebbe fatto il passo della mosca; ma come svignarsela? Cadde ai piedi del padrone, sclamando: — «Maestà, non faccia d'una mosca un elefante!»
— «Ho giurato», — rispose l'autocrate, che era uomo di parola. — «Vedrai se so levarmi i moscherini dal naso!». E chiamò gli aiutanti: — «Prendete costui, prendetelo; menatelo nel cortile e fategli esalar l'anima sotto le verghe».
Così fu fatto. Le strida del vergheggiato andavano al cielo; ma quel Re crudele non se ne lasciò impietosire; le strida s'affievolirono, divennero gemiti; e l'autocrate chiamato un altro servo gli disse; — «Mi farai tu da coppiere in seguito! Fa, che l'esempio di Coppa d'oro ti valga!».
I gemiti cessarono e gli aiutanti tornaron di sopra, fecero reverenza e riferirono, che la Maestà Sua era stata obbedita. Maestà, che non aveva interrotto il pranzo, non aveva, nè perduto un boccone; sogghignò, e dopo aver sorbillato un bicchierin di Malaga, soggiunse: — «Benone! ma gli è inutile di divulgare il fatto: spero, che saprete tener tutti il cocomero all'erta? Insomma, mosca di quel, ch'è accaduto!».
Ma come occultar certe cose? Quella insigne ferocia fu ben presto di ragion pubblica, e tutta la città sossopra. Cominciarono a farsi capannelli, che poi divennero attruppamenti: la folla sdegnata profferiva minacce contro l'autocrate d'Antibo, contro gli altri pretendenti della Principessa e vociferava di manometterli. Bisognò batter la generale e far circondare dalla forza le residenze di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre. Quest'ultimo provò a mischiarsi alla folla, bestemmiando anche lui contro l'iniquità del collega; ma non era momento da scherzare con l'ira popolare, e ci volle il bello ed il buono per ricondurlo salvo in casa. Don Melchiorre tentò di fuggire; e poi, tremando come una vetrice, andò ad appiattarsi fra le materasse, dove il soprappresero dolori colici. Nè dell'esercito stesso era molto da fidarsi per la difesa dell'autocrate di Antibo. Il capitano Sennacheribbo dei dragoni, uno degli uffiziali più stimati, fregiato della medaglia d'oro al valor militare, rispose al colonnello che gli ordinava di recarsi a difesa del Re Guasparre: — «Do piuttosto le dimissioni, che espormi a torcere un capello a chicchessia in difesa di quel mostro». — Fu mandato agli arresti di rigore. Frattanto cominciò fortunatamente un acquazzone dirotto, che disperse la folla senza spargimento di sangue.
Il Procurator generale avrebbe voluto procedere. Ma l'autocrate d'Antibo, alle prime rimostranze fattegli fare officiosamente da Re Zuccone, rispose: — «Essere Re, non esser sindacabile se non da Dio, per la propria condotta verso alcun suo suddito. Non potersi sottoporre ad alcun Tribunale scaricabarilese in virtù del principio d'estraterritoralità. Aver esercitata la propria giurisdizione e compìto un atto di giustizia sopra un suo subordinato. Il caso suo essere identico a quello di Cristina di Svezia, quando fece mettere a morte il Monaldeschi nella Galleria de' Cervi del palazzo di Fontanabellacqua, il dieci dicembre milleseicencinquantasette. Il Re di Francia avere allora riconosciuto il dritto di Cristina ed ammessa la propria incompetenza ad esaminarne la condotta. E lui, Gasparre, esser di più Re effettivo, non abdicatario, eccetera, eccetera». — Diplomaticamente parlando, secondo il Diritto internazionale (che è spesso cosa stortissima) Gasparrino aveva ragione pur troppo, come riconobbero i legisti della Corona. Si lasciò cader la faccenda. Il professore di Diritto internazionale presso l'Università di Scaricabarili ebbe diecimila lire dall'autocrate d'Antibo per iscrivere alcune argutissime Considerazioni sulla giurisdizione, che gli autocrati conservano all'Estero su' loro sudditi e specialmente sulle persone del seguito: nessuno lesse lo scritto, tutti il decantarono per un capolavoro; dopo dieci giorni quasi nessuno pensava più alla morte del povero Coppa d'oro.
Ma come raffigurarvi l'orrore, che la Rosmunda provava per questa tigre in volto umano? e 'l suo sgomento, riflettendo, che forse appunto pel terrore incusso dall'autocrate e per cansare una guerra, ch'egli avrebbe inumanissimamente condotta, popolo e Parlamento potevano lasciarsi indurre, rassegnarsi ad acclamarlo Re, a darglielo per isposo? Diventar moglie di uno capace di far morire un favorito sotto le verghe, perchè ha trovato una mosca nel bicchiere! Uh, povera principessina!
Ella slacciava il legacciolo donato dalla fata Scarabocchiona, se ne cingeva il polso sinistro, il baciava... e subito, immantinente, la terra veniva scossa come da un tremuoto, s'udiva come un rombo d'un tuono, ed appariva quella bellissima donna, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da fare impallidire qualunque lume artificiale o naturale. La Rosmunda si buttava in braccia alla santola, e si querelava e rammaricava. Quella buona fata ad abbonirla, a confortarla: — «Abbi fiducia! spera! Ti par egli, ch'io ti possa aver porto un consiglio insidioso? che la tua comare ti voglia ingannevolmente precipitare, affogare? Ti par egli? Sta pur certa, che avrai uno sposo degno, un marito stimabile, un consorte conveniente, un coniuge quale il desideri. Ma sai, che dovrei offendermi della tua diffidenza?». — E proseguiva a garrir così per un pezzo. E la figlioccia si rassicurava al quanto ancor essa. Ma poi, ripartita, rivolata via, riscomparsa la madrina, la Rosmunda ricascava nelle perplessità precedenti. Considerando come fra tutti i proci non vi fosse una persona stimabile od amabile, un individuo, al quale potesse rappresentarsi senza raccapriccio di vedersi indissolubilmente legata, ridisperava.
La triade de' concorrenti scettrati, per boriosa che fosse e piena di sè e di poca levatura, capiva arcibenone di essere cordialmente esosa ed abominevole alla reda del trono di Scaricabarili. Malgrado i riguardi cerimoniosi ed il contegno affabile, che venivano imposti e suggeriti alla Rosmunda dalla etichetta di Corte, dalla gentilezza naturale, dalla buona educazione, dalla posizione difficile, in cui si trovava, e dalle raccomandazioni paterne e da' consigli della santola, la poverina non riusciva a dissimular l'avversione per quelle tre caricature mostruose. Essa pensava: — «Qualunque di cotesti concorrenti venga prescelto, ed uno di costoro dev'essere scelto pur troppo, checchè dica la fata per confortarmi; perduta che abbia ogni speranza di redenzione e di salute; quando si tratterà di firmare l'atto di matrimonio innanzi al Presidente del Senato, che tiene i registri di Stato Civile della famiglia reale; io..... sorbirò qualche gentil veleno, il quale mi sottragga all'avvenire miserando, che mi si appresta». — Risoluzioni di tal fatta (ed irremovibili) ben possono occultarsi: ma come nasconder l'aborrimento per coloro, che ce le ispirano? nasconderlo in tutto? Vederci costretti a desiderare ed apprestarci la morte, a diciassett'anni, e quando potevamo ragionevolmente imprometterci una vita felice, è crudele strazio: altera la salute ed il carattere.