Dunque, i tre Regnanti si sapevano in abominio alla Principessa: e d'altronde cominciavano ad accorgersi, che, malgrado l'imbecherare ed il subornare, malgrado i raggiri e lo cabale, difficilmente avrebbero ottenuta la popolarità e le acclamazioni richieste dalla legge sul concorso. L'autocrate d'Antibo, che aveva un po' più di giudizio, di mitidio, di comprendonio, di sale in zucca degli altri due, pensò bene di convocare il despota d'Exibo ed il monarca d'Introibo ad un concilio privato. S'adunarono inter pocula, loro tre soli. Rimandata la livrea, votate alcune bottiglie di un poderoso vino e squisito, atto ad infonder coraggio persino a Don Melchiorre; il convitatore tenne a' convitati il seguente discorsetto:

«Care Maestà, siamo competitori. Verissimo. Nondimeno abbiamo un visibilio d'interessi comuni. Ciascun di noi brama per sè la bella Rosmunda, e quel, che importa vieppiù, la corona di Scaricabarili. Seicento cinquantaquattromila trecento ventun miglio quadrato di superficie con centoventitrè milioni, quattrocentocinquantaseimila settecentottantanove abitanti, non sono una bagattella. C'è un guaio però: la Rosmunda non digerisce nessuno di noi, e la Nazione, che per mezzo delle Camere mette sempre il becco in molle in tutto, ci ama press'a poco quanto l'epizoozia, anzi l'epidemia. Oh quanto ci sarebbe da riformare, in questo maledetto paese! se giungo ad insignorirmene, do lo sfratto a tutti i chiacchieroni, e... Dunque io credo, che Principessa e Parlamento, piuttosto che qualunque di noi accetterebbero per marito e sovrano quel musico sfiatato, o lo scassinator di cembali, o l'imbratta tele, o quel tagliacantoni del general Tremarella, od uno di que' pennaiuoli, od uno di quei cavalocchi od uno di que' nobilicchi. Io potrei rassegnarmi a vedermi anteporre uno di voialtri, che siete teste coronate e ch'io riconosco per eguali miei; non un cialtrone. Quindi mi parrebbe da escogitare un modo, che assicuri ad uno di noi tre queste nozze. Io ritengo, che non abbiate neppur voi la debolezza di credervi vincolati dal giuramento prestato il primo maggio? No, n'è vero? Dunque il modo è bell'ed escogitato. Diamo una gran caccia, alla quale inviteremo la Principessa. Noi, vi si andrà accompagnati da tutto il nostro seguito; la Rosmunda verrà senza sospetto e con pochi seguaci e senza scorta militare. Nel meglio della caccia, c'impossesseremo di lei, ci sbrigheremo in un modo o nell'altro dei seguaci; e via, a briglia sciolta verso la frontiera. Quando saremo in una piazza forte o vostra o mia, decideremo a chi debba appartenere la preda».

— «Decidiamo ora,» — disse il monarca d'Introibo, ch'era sciocco sì, ma fino ad un certo punto. — «Siamo tutti galantuomini, ma mia nonna diceva: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Patti chiari e amici cari!».

— «Ma» — rispose Guasparre — «se fissiamo prima colui, che deve godersi il frutto della rapina e del ratto, gli altri due potrebbero credere di non aver interesse ad assisterlo».

— «Bah!» — replicò Baldassarre. — «Facciamo così. Per cansare ogni attrito, ogni gelosia, giochiamocela a' dadi, appena passata la frontiera».

— «Felicissima idea! Ce la dadeggeremo! Che ne dice la Maestà del despota d'Exibo?».

Don Melchiorre trovava dal canto suo infelicissima l'idea, perchè aveva una paura sordida. Ma i colleghi, deliberati a fare il colpo, che lo minacciavano caso non volesse cooperarvi, gli facevan paura anch'essi. Fra' due pericoli scelse per minor male il più remoto; e si obbligò ad esser complice dell'attentato.

Si apparecchiò la caccia nella macchia di Valquerciame, bosco famoso, a non molti chilometri da Scaricabarili. Re Zuccone, vecchio e podagroso, non seguiva più le cacce da qualche lustro ed aveva preferito sempre una buona mensa a questi divertimenti faticosi, e la selvaggina e la cacciagione in tavola alle fiere nelle selve. La Principessa invitata, avrebbe voluto, ma non ardì scusarsi; e promise di trovarsi al convegno, con pochi gentiluomini ed alquante gentildonne di Corte. Il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo partirono nottetempo dalla città per giungere a punto di giorno al ritrovo. Ma Baldassarre aveva nei giorni precedenti, sotto colore di disporre tutto per la caccia, mandati i loro seguaci spicciolatamente a scaglionarsi con cavalcature fresche lungo la consolare, che conduceva alla frontiera, la quale non era lontanissima. Alle sei del mattino, la Rosmunda giunse a cavallo co' suoi nel luogo fermato; e la caccia cominciò lietamente.

Secondo il pattuito, la intera comitiva doveva ritrovarsi a cena, verso le nove pomeridiane, nella Reggia di Scaricabarilopoli. E che cena, che cena avevano preparata i maestri di bocca, i cuochi, i cucinatori, i guatteri, i pasticcieri, i sorbettieri di Corte! che vivande! che intingoli! che savori! che vini poi! quanta grazia di Dio! C'era di che soddisfare la fame rabida del cacciatore e da solleticare il palato d'un gastronomo sazio! Tutti aspettavano: ma si fanno le nove, e non giunge nessuno; suonano le dieci, nessuno; siamo alle undici, nessuno; scocca la mezzanotte, nessuno; canta il gallo, nessuno; albeggia, nessuno; spunta il sole, nessuno. E quel ch'è peggio, non un messo, un corriero, che recasse notizie. Cosa mai poteva essere accaduto alla principessa Rosmunda, ed alla intera comitiva? Il povero padre, che non aveva chiuso occhio tutta la nottata, e solo verso mezzanotte, per non venir meno, si aveva mangiato un cestello di frutta di mare, (ostriche, angine, fasolari, cannolicchi), un consumato, un pasticcio di fegato d'oca, una fetta di timpale, del pesce in bianco, quattro costolette di cervo coi piselli, dei petti di pollo ai tartufi, un ponce alla romana ed un po' di cinghiale arrosto, il povero padre, dico, stava sulle spine. Manda corrieri, spedisce aiutanti: non tornano. Finalmente, disperato, chiama il capitano, che in quel giorno comandava la guardia a Palazzo e gli dice: — «Figliol mio, qua dev'essere accaduto una gran disgrazia certo. Fammi il piacere: raduna il tuo squadrone. Non importa che la Reggia rimanga sguernita; basta la guardia nazionale. Corri alla macchia di Valquerciame; frugala tutta, percorrila in ogni senso, per ogni verso, informami d' ogni scoperta con qualche ordinanza e non tornare senza la Principessa. Ha' tu inteso?»

— «La Maestà vostra sarà obbedita. Comanda altro?»