[NOTE]

[1] —I.—Cf. con la quinquagesima prima novella della Gonzenbach: Vom singenden Dudelsack.—II.—Vedi anche: Le | Novelline di Santo Stefano | Raccolte | da | Angelo De Gubernatis | e precedute da una introduzione | sulla parentela del mito con la Novellina || Torino | Presso Augusto Federico Negro Editore | 4. Via Alfieri. 4 | 1869. Novellina vigesima: La penna del pavone. Eccola per esteso:—«Un padre, che aveva tre figliuoli, disse loro un giorno, che avrebbe avuto bene da lui quello, che, nel bosco, gli raccattasse una penna di pavone. Andarono dunque cercandola i tre fratelli; e finalmente l'uno d'essi ebbe la sorte di trovarla. Del che, nata invidia negli altri due, all'istante lo ammazzarono e seppellirono. E, dov'egli era sepolto, nacque un fusto di sanguine. Arriva a passare di là un mugnajo. Vede il sanguine vegeto e rigoglioso, e lo stronca per farsene una zampogna. Ma la zampogna canta così: Mugnajo mio, tenetemi forte, | Sonatemi ben; | M'hanno morto nel bosco del M. (sic)| Senza un peccato e senza un dolor, | Per una penna d'uccello pagon. Il mugnajo, atterrito, porta la zampogna al Signore di quel luogo; e la zampogna ricomincia a cantare: Babbo mio, tenetemi forte, | Sonatemi ben; | M'hanno morto nel bosco del M., | Senza un peccato e senza un dolor, | Per una penna d'uccello pagon. Il Signore passa la zampogna alla sua consorte; e la zampogna ripiglia il canto: Madre mia, tenetemi forte, | Sonatemi ben; | M'hanno morto nel bosco del M., | Senza un peccato e senza un dolor, | Per una penna d'uccello pagon. La signora consegna all'uno e poi all'altro de' figli la zampogna; e questa in mano d'entrambi, canta: Fratello mio, tenetemi forte, | Sonatemi ben; | Tu m'hai morto nel bosco del M., | Senza un peccato e senza un dolor, | Per una penna d'uccello pagon. Allora il padre, scoperto il misfatto, manda i due figli col mugnajo al bosco, affinchè facciano resuscitare il loro fratello. Ma invano. E l'erba in quel luogo, ove il sanguine sorgeva, rimase poi sempre fresca, poichè il morto fratello vi era seppellito.»—In altre versioni toscane, questa novella s'intitola: L'uccello grifone o sgriffone.—III.—Vedi, appo il Pitrè (Op. cit.) LXXIX. Lu Re di Napoli (Villalanza).—IV.—Schneller (Märchen und Sagen aus Wälschtirol) LI. Die Greifenfeder.

[2] 'O male a l'uocchie, qualunque oftalmia, ma specialmente la cataratta.

[3] Auciello Crifone, uccello grifone. Animale fantastico, che si finge raro, bello e fortissimo. Basile. Pent. IV. 3.—«Cossì decenno, lo sproviero fece venire na mano d'Aucielle Grifune, che volanno a la fenesta de la torre, ne zeppoliaro la giovane.....»—Dove nascano questi uccelli grifoni cel dice Brunetto Latini:—«E sappiate, ch'el Danubio è un grande fiume, ch'è appellato Istro, che nasce da grandi monti in Alamagna, in occidente verso Lombardia; et riceve sessanta fiumi sì grandi, che navi vi possono andare, tanto che si parte in sette fiumi et entra in mare verso Oriente; onde li sette v'entrano si rapinosamente, che le loro acque mantengono dolcezza ben venti leghe, anzi che si mescolino con acqua di mare. Oltre quello luogo, all'entrata d'Oriente è la terra di Scizia, di sotto al monte Rifeo et Iperborei, ove gli uccelli grifoni nascono».—

[4] Richiesta la Novellaja, se il figliuolo del Re non avesse dovuto dir piuttosto tata, rispose:—«Chillo era figlio d' 'o Re e deceva tata?»—Ma proprio, comunemente, nel dialetto, babbo si dice tata, antica parola latina.

[5] Tècchete, eccoti.

[6] Graurinio, gravurinio, (grano d'India) granturco, granone, fromentone, meliga.

[7] Scùrere, visitare, frugare. Vocabolo pomiglianese, che manca nel D'Ambra.