«Prendi una presa di tabacco e parti.»—

La medesima facezia era stata raccontata prima di Giordano Bruno, anche da Ludovico Domenichi (morto a' XXIX d' Agosto M.D.LXIV.):—«Capitò un fantaccino svaligiato a un'osteria di queste, che sono sopra le pubbliche strade. Il quale, avendo più appetito che soldi, nè potendo più tolerare, si pose a tavola, facendosi abbondantemente dare da mangiare, come fatto averia un ricco gentiluomo, con tal pensiero, che, convenendogli di venire a rottura con l'oste, che e' fusse a più suo vantaggio, venirci per aver ben mangiato, che per il poco. Approssimandosi il fine del desinare, cominciò il fantaccino a fare una ricercata, per tentare, s'egli, col mezzo delle buffonerie, potesse pagare lo scotto; parlando in cotal modo: Ditemi per cortesia, M. Oste, che pena è posta, in questo contorno, a uno, che, con un pugno, percotesse un altro sul viso? A cui l'oste rispose, che vi era pena uno scudo. Onde il fantaccino soggiunse: Datene uno a me et rendetemi il resto, ritenendovi il prezzo del desinare. Ma l'oste, che non faceva capitale di simile merce, gli rispose bravando: A te converrà al tuo dispetto pagarmi con denari et non con buffonerie. A cui il fantaccino, conoscendo che egli non averebbe introito per quella porta, si rivoltò ad aprirne un'altra, dicendo: Oste, tu mi parli molto brusco, come se tu fossi un Orlando et io un vilissimo poltrone. Ma, tal qual tu ora mi vedi, e' mi basta l'animo di farti correre un pezzo. A cui l'oste, vinto da maggiore ira, disse: che non conosceva, che egli nè altri fussero atti a farlo mover di passo. Et sopra il sì et no offerendo il fantaccino di fare solamente scommessa dello scotto, fu dallo iracondo oste con poca considerazione accettata. Il fantaccino, avendo già finito il desinare, saltò subito in piedi; et senza indugio uscito di casa, quasi che avesse voluto porre mano a' sassi, si mise a correre quanto e' poteva menare le gambe. Laonde l'oste, essendo stato alquanto sospeso, finalmente ei prese risoluzione di seguitarlo, per non rimanere gabbato del prezzo del desinare. Et doppo un grande spazio di carriera, sentendo il fantaccino d'esser raggiunto, si fermò dicendo: Oste, tu hai perduto la scommessa, avendoti io fatto correre così grande spazio di strada. Il che sentito dall'oste, rivolgendo l'ira in riso, lo licenziò senza costo. Tanto più, che il fantaccino affermava, sè non avere un minimo denajo per satisfare l'oste. (Il quale oste fece del bisogno virtù.)»—Il Nolano non ha dovuto, parmi, aver cognizione di questa versione del Domenichi.

Di scrittori nati in Pomigliano d'Arco vanno mentovati l'Antignano, autore di canzonette spirituali nel seicento ed il cav. Felice Toscano, scrittore di trattati filosofici, contemporaneo[10].

I racconti seguenti vennero raccolti diligentemente in Pomigliano d'Arco stessa dalla signorina Rosina Siciliano. Fanno parte di una numerosa collezione e ne formano quasi un saggio, giacchè, secondo noi, questo volumetto dovrebbe essere seguito da parecchi altri. Ecco perchè questa serqua di racconti è stata scelta in modo da rappresentare generi diversi e di dar quasi un'idea di tutto il materiale tradizionale. Le varianti di Bagnoli-Irpina mi furno mandate da Michele Lenzi, egregio pittore; le avellinesi mi sono state somministrate dalla signorina Clelia Soldi, insieme con altre parecchie; e le montellesi sono desunte da una raccolta di centoventi conti, della quale mi ha fatto dono il commendator Scipione Capone. La variante novolese del decimoprimo mi venne mandata dalla signora Domenica Gioja nata Pisanelli; un'altra filastrocca leccese dal Duca Sigismondo Castromediano; una novella toscana dal prof. avv. Ghepardo Nerucci, l'altra dal dottor Giuseppe Pitré. Gli esempi milanesi ho raccolti io stesso. Avellino (come tutti sanno) è capoluogo del Principato Ulteriore; e Montella e Bagnoli sono comuni della stessa Provincia, distretto di Ariano. Novoli è in Terra d'Otranto.

In quanto alla grafia, abbiamo tentato di rendere esattamente la pronuncia. I conti di Pomigliano d'Arco, li ho letti e riletti, fin sulle bozze, a persone del paese, modificando la scrittura, perchè meglio ritraesse la pronuncia: i poveri stampatori e correttori, che si vedevan giungere le pruove stranamente ricamate, possono attestare con quanto zelo e coscienza si sia lavorato. Per gli altri comuni ho dovuto attenermi strettemente a' manoscritti de'raccoglitori. In Pomigliano, Montella, ed Avellino i dialetti sono poco diversi tra loro e poco di versi dal napolitano propriamente detto. In Novoli si parla uno idioma leccese. Ho creduto di dover seguire anche stavolta le norme adottate nel mio Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali. Considerando quindi ogni vocabolo vernacolo come alterazione della voce etimologicamente corrispondente nello Italiano aulico, indico con un apostrofo ogni aferesi ed ogni apocope, ancorchè il vocabolo nel dialetto esista solo in quella forma apocopata od aferizzata. Mi sembra, che, in tal modo, ne sia facilitata l'intelligenza al lettore e si ottenga di distinguere parole, che suonano press'a poco identicamente, sebbene diversissime di significato, esempligrazia 'no (uno, articolo indeterminato) no (no) e no' (non); 'sse (queste) e sse (sè); 'sta (questa) e stà' (stare) eccetera. Le consonanti iniziali di molti vocaboli si pronunziano, appunto come in Italiano, quando scempie e quando doppie, secondo il valore tonico della sillaba precedente. Alcuni, anzi i più scrittori in dialetto han quindi stimato opportuno di raddoppiarle talvolta, consuetudine acerbamente ripresa dal Galiani. Conoscendo per pruova, quanto cosiffatti raddoppiamenti perturbino la vista e confondano le mente, li abbiamo soppressi; reputando, non essercene maggior bisogno ed utile nello scrivere il dialetto, di quel, che ce ne sia nello scriver lo Italiano comune; e conservando il raddoppiamento iniziale, solo nelle parole, in cui è costante per ragioni etimologiche od altre, come in lloco, (là) che viene da in loco. La s impura ha ne' vernacoli, quando il suono dello sh inglese, ch francese e sch tedesco; e quando no. I raccoglitori hanno trasandato di distinguere i due suoni ortograficamente; ed ho quindi dovuto lasciarli indistinti ancor' io, non senza rincrescimento. Ma mi consola il riflettere, che quel suono grasso non è d' uso costante e che vien considerato sempre come un difetto di pronunzia, sicchè nessuno ha mai curato di distinguerlo nella scrittura. Nè potrebbe distinguersi ammodo senza adoperar qualche strano nesso, il quale annasperebbe la vista a' leggitori, o senza introdurre un nuovo carattere. Molti dialetti hanno pure essi un'ortografia solita, stabilita, consuetudinaria, come la lingua aulica, nè può saviamente riformarsi tutta a priori, secondo i consigli della scienza. Anche in Italiano, parecchie lettere hanno quando un suono e quando un altro; e per riparare allo sconcio bisognerebbe accrescer lo alfabeto di altri dodici segni circa almeno. Il dh indica un suono speciale leccese, che altri figura col nesso ddr ed altri tagliando con trattolini orizzontali le aste de' dd. Giustificheremo alcune altre peculiarità ortografiche a mano a mano, che se ne presenteranno gli esempi. Debbo confessare, che, ned il Capone ned il Castromediano approvano questo mio sistema ortografico; ripudiano gli apostrofi; conserverebbero i raddoppiamenti delle consonanti iniziali. Ma le loro ragioni non mi hanno persuaso e mi sono ostinato a fare, per questa parte, a mio modo. Sarebbe inutile esporre qui le ragioni loro e le mie. Del resto un sistema ortografico dev'esser sempre giudicato più dal punto di vista pratico, che dal razionale.

Le noterelle poi saranno di due specie. Alcune mitologiche, nelle quali indicherò i riscontri Italiani, che mi sovverranno alla memoria, trascrivendone un certo numero, quelli cioè, letterarî o popolari, che sono desunti da novellieri o da raccolte meno facili a trovarsi in commercio. Forse avremmo fatto meglio a trascriverli tutti (ma ci trattenne paura d'ingrossar troppo il volume) ben sapendo quanto torni comodo ed utile, l'aver così tutte le varianti d'una tradizione raccolte insieme. Le altre noterelle saranno filologiche, in cui spiegherò alcune forme grammaticali od alcuni vocaboli, studiandomi sempre di aggiungere qualche esempî, cavati dagli scrittori vernacoli; non foss' altro, per invogliare a leggerli. Sì le une che le altre sarebbero state più abbondanti e forse migliori, in numero più spesse, in stil più rade, se non mi fossi trovato a far questo lavoro in campagna, e quindi costretto a contentarmi di soli pochissimi libri miei, senza neppur modo di ricorrere alle biblioteche pubbliche o private più ricche, e quel, ch'è peggio, distratto da ufficî amministrativi e da lotte elettorali politiche. Avrei riparato durante la stampa, se questa non avesse avuta luogo in massima parte nel periodo di vergogna nazionale, che tutt'ora dura; nel quale, l'animo esulcerato dal vedere ministri i Luciani ed i De-Mata, nel vedere profanato il santuario dello stato da una genia ribalda di camorristi, nel vedere l'Italia e la Monarchia venute in man degli avversarî loro, non mi lascia attendere serenamente agli studî. Dirò anch'io, in principio di queste annotazioni, quel, che Monsignor Bottari diceva delle sue alle Lettere di Fra Guittone:—«Queste note avranno senza fallo bisogno di tutto il vostro compatimento, cortesissimi Lettori; e lo incontrerebbero, son certo, se sapeste come e quando mi è stato forza di farle; ma il qui narrarlo nulla rileva; e forse sarebbe creduta da alcuni una delle solite cantafavole e consuete querule scuse degli autori, per cui con la strettezza del tempo o con la moltiplicità d'altri diversi affari tentano di ricoprire i proprî difetti. Questo compatimento voglio piuttosto implorarlo ed eziandìo sperarlo, dalla vostra discretissima benignità e gentilezza, che da altre scuse e ragioni, quantunque solide e vere e non mendicate».—E qui mi occorre ringraziare il cav. Giovanni Papanti, il quale s'è benignato di trascrivere per me di proprio pugno la novella del Malaspini, che ristampo; il prof. De Blasiis, il quale mi ha dato la lettera del Zambelios, citata in nota al conto di Villa; e quanti, insomma, mi hanno benevolmente ajutato.

Rinnovo la protesta, fatta pubblicando i due volumi del Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali, cioè di non esser mosso minimamente da passioni municipali o regionali, come altri forse, nel raccogliere ed illustrare questi documenti della fantasia delle popolazioni napolitane; anzi solo dallo amor della patria comune e degli studî dialettologici e demopsicologici. Difatti, metto mano alla pubblicazione di conti napolitani, soltanto dopo aver dato alla luce una Novellaja milanese, raccolta di esempî e panzane lombarde, ed una Novellaja fiorentina, raccolta di fiabe e novelle toscane. Non senza un perchè mi piace avvertirne il lettore. Il quale vorrà scusarmi, se, per parte mia, sono incorso in qualche errore: ma questo benedetto dialetto napolitano, io, che pur son nato in Napoli, l'ho imparato adulto e su' libri, non da fanciullo e nell'uso. E nessuno, checchè vaneggino parecchi, potrà mai dirsi veramente padrone, se non del solo linguaggio succhiato col latte materno; il quale, per me, è questo gergo qualunque, nè napoletanesco, nè toscano, in cui scrivo adesso; sufficientissimo, voglio pur dirlo, a tutti i miei bisogni civili ed intellettuali. Neghi altri l'Italiano: io, che il posseggo, non posso negarlo.

Imbriani[11]

[NOTE]