Cinga l' ha 'ntisu,
'Nu piattu de 'ranurisu;
Cinga l' ha spiatu
'Nu cuccalu de muertu 'ndelessatu.[3]
[NOTE]
[1] Negli Studi | sui | dialetti greci della Terra d'Otranto | del | prof. dott. Giuseppe Morosi | preceduti da una raccolta | di | Canti Leggende Proverbi e Indovinelli | Nei dialetti medesimi || Lecce | Tip. Editrice Salentina | 1870, v'è una leggenda grecanica di Martano, della quale trascrivo la traduzione, che ne dà lo stesso Morosi:—«Ci era una volta una formica: e, un giorno, mentre scopava in casa sua, trovò tre quattrini e incominciò a dire. Che cosa compro? Che cosa compro? Compro carne? No; perchè la carne ha le ossa ed io mi affogo. Compro pesce? No, perchè il pesce ha le lische e mi pungono. E dopo che ebbe detto molte altre cose, pensò di comprare un nastro rosso. Se ne adornò e salì ad una sua finestrella. Passò per caso un bue, e disse: Come sei bella! Mi vuoi per tuo marito? Ed ella: Canta, che io vegga (sic)com'è la tua voce. E quello con grande superbia mise fuori la sua voce. E la formica, quando ebbe udito, gli disse: No, no. Mi fai impaurare. Passò un cane; e pure incontrò quello, che aveva incontrato il bue. E, dopo che furono passati altri animali, passò un topolino e disse: Come sei bella! mi vuoi per tuo marito? Ed ella: Fammi udire il tuo canto. Quello cantò e fece: Pi, pi, pi! Questa voce piacque alla formica e volle il topolino per suo marito. Venne la domenica; e, mentre la formica stava con le altre amiche, disse il topo: Formichetta mia, io vado a vedere, se è cotta la carne, che tu hai messo al fuoco. E andò; e, come sentì la carne odorare, volle pigliarne un poco, e calò un piede e se lo bruciò; calò l'altro, e pure se lo bruciò; calò il muso, e il fumo lo tirò dentro la pignatta, e il topo poverino tutto si bruciò. La formica ora lo aspettava a mangiare. Aspetta due, aspetta tre ore, il topo non veniva. E quando non poterono più aspettare, apparecchiarono da mangiare. Ma, quando trassero fuori la carne, trassero fuori il topo bell' e morto. E, quando lo vide, la formica incominciò a piangere; e tutte le sue amiche piansero. E la formica rimase vedova, perchè chi è topo bisogna che sia goloso. Se non credete, andate in casa sua e la vedrete».—
[2] Zaareddhe, nastri, in pomiglianese ziarelle. Dice un canto popolare pomiglianese:
Schiocca d' arruta e fronna de murtella
Chisto è lu vico re le ronne belle.
Nce stà 'na nenna, sse chiamma 'Ngiulella;