[12] Ti ronghe, ti do. Chi pronunzia ronghe e chi donghe. L'r sostituisce il d (e viceversa) spessissimo, ma non costantemente: alcuni vi diranno 'o figlio r' 'o Re, ed altri: 'o figlio d' 'o Re. In tutte le lingue ci sono di questi arbitrî; ed in Italiano aulico stesso, per darne un esempio, diciamo officio, oficio, offizio, ofizio, ufficio, uficio, uffizio ed ufizio. Quanto maggiore dev'esser la licenza ne' dialetti, i quali, abbandonati interamente alla plebe ed all'uso, diversificano spesso stranamente da persona a persona.

[13] N'aveva, cioè: non aveva. Anche in Italiano abbiamo spesso il semplice n per non. Ce n'è un esempio nel Candelajo del Bruno. Il neh interrogativo, di cui si fa tant'uso ora, viene da n'è per non è. Nel libro intitolato: Del | Tesoro Volgarizzato | di | Brunetto Latini | Libro primo | edito | sul più antico de' codici noti | raffrontato con più altri | e col testo originale francese | da | Roberto de Visiani || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1869; il capitolo VIII è intitolato: La ragione che in dio n'ha nul tempo; ed il IX. Che in dio n'ha nul mutamento (Nella edizione della Gatta, M.D.XXXIII, ove que' capitoli sono il IX ed il X, si legge invece non ha e non è). Tutti ricordano i frizzi dello Alfieri contro il Miollis, che aveva adoperata questa contrazione, la qual certo non è da usarsi, se non dove non può dar luogo ad equivoco alcuno.

[14] Cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje, con le sue moine e le sue parolette.

[15] Alluccà', gridare. Carlo Mormile, traducendo la favola VIII del I. libro di Fedro:

Alluccava lo lupo e auzava strille,

Che tre miglia d'arrasso sse sentevano:

Curz'erano a 'st'allucche cchiù de mille

Anemale, e che gusto, che nce avèvano!

E libro III, favola II.

[16] Averamente, lo stesso che veramente.