Le sculture che rivestono le pareti delle chiese lombarde somigliano alle sculture bizantine dalle quali derivano. Non hanno alcun carattere deciso, e la loro esecuzione è assai trascurata nei monumenti più antichi; l'arte del profilare non si perfezionò in Lombardia che nel duodecimo secolo, quando ai piatti e magri rilievi dell'epoca longobarda succedettero rilievi più decisi, a contorni vivi o arrotondati; innumerevoli figure d'uomini e di animali, fogliami, frutti, ornamenti d'ogni sorta, incominciarono allora a coprire i capitelli, gli stipiti, gli archivôlti e le pareti interne ed esterne. Ma la figura umana si mantenne, fra tutti questi motivi di decorazione, tuttavia scorrettissima; le membra non sono mai proporzionate, le teste son grosse, i visi brutali e deformi, le mani larghe, con le dita rigide e di lunghezza uniforme. Gli animali son meglio disegnati, quantunque non sapremmo distinguerli, se la forma caratteristica delle zampe, della testa, della coda non ne indicassero la specie; i mostri, le chimere, i grifoni, i draghi, i serpenti e i leoni alati sono alternati cogli animali domestici e selvatici, fra i quali abbondano gli uccelli, i leoni, i cavalli, gli agnelli. Raramente queste sculture sono eseguite a tutto rilievo; soltanto sotto i pulpiti e sotto i frontoni delle porte, dei leoni isolati sostengono le colonne anteriori. Gli ornamenti vegetali sono i meglio condotti; i motivi sono estremamente variati: fogliami, fregi correnti, treccie, ghirlande, nodi, palmette, grappoli e tralci sono sparsi in ogni luogo, e, alternati con le figure, ne riempiono il campo. Ma mentre tutto è rigorosamente logico e pratico nell'arte lombarda, tutto è barbaramente convenzionale nelle particolarità della fauna e della flora decorativa; la natura non è imitata, ogni cosa appare copiata da altre copie imperfette del vero, dalle sculture e dai mosaici bizantini, dai disegni delle stoffe, dei nastri, dei ricami, dalle pitture che quegli artefici rozzi aveano sott'occhio.
Eppure, malgrado la scorrettezza, quasi infantile, del disegno, malgrado la volgarità e la confusione dei soggetti insignificanti, questa stessa scultura, considerata nel suo aspetto d'insieme, presenta una decorazione omogenea, ben proporzionata, di un valore architettonico che non hanno le sculture perfette di altri stili più ricchi. Essa è tanto più efficace quanto meno i suoi effetti sono ricercati; non vela, non altera la costruzione, non costringe gli sguardi ad un punto, ma li lascia spaziare senza stancarli. Non sono i particolari decorativi che imprimono carattere ad un'architettura, ma i profili delle masse che si disegnano da lontano sul cielo, le ampie superfici piane o sfuggenti, interrotte da vani variamente distribuiti, le grandi linee d'insieme. Quando le masse son belle, lo spettatore ne subisce l'impressione e non si arresta ad analizzarle. Il monumento intiero deve parlare un linguaggio più alto e più eloquente di ogni singola parte; ogni parte deve essere subordinata all'insieme. Un edifizio brutto, per quanto adorno di belle cornici, di stucchi eleganti, di stupende pitture, riman sempre brutto, anzi appare tanto più brutto quanto è maggiore il valore speciale dei singoli ornamenti che gli sono addossati. Non è nella divisione, ma nella unità che sta la grandezza dell'architettura, come, del resto, di tutte le arti del disegno, prese una ad una. L'architettura le abbraccia tutte, ma le sottomette. E l'architettura lombarda, dalle forme semplici, severe, un po' rozze, non avrebbe potuto avere una scultura più ricca; ebbe la scultura e la statuaria che le convenivano, e, se noi dovessimo riprodurre oggigiorno una chiesa lombarda, non potremmo vestirla di rilievi e di statue, più finite e più belle, senza alterarne la ruvida ma efficace fisonomia dell'insieme.
Ma noi non dobbiamo oggi copiare i monumenti del medio evo; dobbiamo studiarli per ritornare a quei principii, che da più centinaia di anni sembriamo avere dimenticati, per ricordarci: che le forme architettoniche devono derivare dal sistema di costruzione, dalla qualità dei materiali impiegati, dalla distribuzione dell'edificio; accusarne l'ossatura, non coprirla, ma confessarla per convertirla in bellezza: che accoppiare elementi di stili diversi è voler dare ad un solo edificio più espressioni contrastanti fra loro e in disaccordo tutte quante coi bisogni moderni: che finalmente dobbiamo imitare, di preferenza, le maniere delle antiche architetture popolari italiane piuttosto che quelle delle architetture straniere antiche o moderne. I monumenti di quelle architetture sono tutti, o quasi tutti, religiosi; e non è di tali monumenti, per verità, che noi sentiamo oggi il bisogno. Ma le reliquie di un'arte pura, indipendente, spontanea, fecondata dal sentimento e dal genio originale di un popolo per più centinaia di anni, rimangono ammirabili e feconde di ispirazione e di esempio, anche quando, mutati i bisogni, sfatate le antiche credenze, l'arte dee volgersi ad altri ideali.
NOTE
[Pag. 5.] I monumenti più importanti dell'architettura lombarda furono singolarmente rappresentati e descritti nella nota e splendida opera del Dartein: Étude sur l'architecture lombarde. I disegni che accompagnano questo breve saggio sono ricavati da fotografie e da schizzi originali eseguiti da me, in parte, e in parte dal mio caro amico Daniele Donghi.
[Pag. 11.] Negli edifizi comensi, l'uso della decorazione policroma, all'esterno e all'interno, è più diffuso. La bellissima chiesetta di Santa Maria del Tiglio in Gravedona, sulla riva del lago di Como, è rivestita di marmi neri e bianchi, disposti a fascie orizzontali, alternate abbastanza regolarmente nelle quattro facciate. Le arcate interne son formate degli stessi marmi, tolti alle vicine cave di Musso e di Olcio sul lago di Lecco. Le pareti, spianate accuratamente, doveano essere, in origine, intieramente coperte di affreschi, simili a quelli che ancora rimangono nel S. Fedele a Como e nel S. Pietro a Civate; di quelle pitture non si vedono oggi che pochissimi avanzi.
Il piccolo chiostro di Piona appartiene all'ultimo periodo dell'architettura lombarda, ed è notevole, oltre che per la bellezza dei capitelli e delle basi, elegantemente modellati, pei marmi che rivestono il fregio e le arcate, disposti a fascie concentriche di color bianco, rosso e nero alternati.
[Pag. 17.] Il battistero ottagonale annesso alla chiesa arcipretale di Lenno fu costruito nel secolo undecimo. Le muraglie esterne son formate di pietra calcare giurese, grossamente squadrata, disposta a corsi regolari, interrotti da lesene agli spigoli e da colonnine incastrate, che legano la base agli archetti del fregio; una di queste colonnine cade sulla chiave dell'archivôlto della porticina centrale. Il tetto segue la curvatura dell'estradosso della vôlta che lo sostiene.