»Della vita; gli è quanto volete dire, rispose Morton colla massima calma. Io credo cionnullostante che questa vita dipenda affatto dalla volontà di chi dovrà giudicarmi. Le guardie cui sono affidato mi dipingono, come cosa possibile, che io ottenga la permissione di prendere servizio in un reggimento scozzese, ovvero in terra straniera. Non ha guari, io contemplava con qualche soddisfazione una sì fatta probabilità, ma dacchè vi ho riveduta, sento che l'esilio sarebbe per me più crudele della morte.»
»È egli dunque vero che giugneste a tal d'imprudenza di mettervi in qualche lega con alcuno degli sgraziati uccisori dell'infelice arcivescovo?»
»Nè tampoco io sapeva che il delitto fosse stato commesso, allorchè diedi asilo per una notte ad un di costoro, il quale però in altri tempi avea salvata la vita a mio padre. Ma tale scusa non mi verrà fatta buona. Eccetto voi, miss Bellenden, chi vorrà credermi? e vi confesserò pur anco che se questa circostanza mi fosse stata nota, difficilmente mi sarei indotto a lasciare in pericolo i giorni d'un uomo a cui mio padre avea dovuto la conservazione de' propri.»
»E qual è il tribunale che dovrà decidere di vostra sorte?»
»Un tribunale, miss Bellenden? dimenticaste voi dunque che l'infelice nostro paese non ne conosce d'altri fuorchè i consigli militari? Mi venne annunziato che il mio giudice doveva essere il colonnello Graham di Claverhouse.»
»Claverhouse! sclamò Editta. Oh Dio! siete condannato prima d'essere inteso. Egli ha scritto alla mia ava che domani sarebbe qui a capo del suo reggimento. Egli viene ad assalire una mano di ribelli assembratisi nelle montagne di questa contea, e vie più infanatichiti dagli assassini del primate. Le espressioni della lettera di Claverhouse, le minacce che vi si contengono mi trassero a fremere, comunque fossi così lontana dall'immaginarmi che.... che un amico....»
»Non vi abbandonate però ad eccessive inquietudini, mia cara Editta. Sia pur severo Claverhouse! nessuno gli nega valore, nobiltà d'animo, generosità. Io son figlio d'un soldato e come soldato difenderò la mia causa. Forse ad una difesa franca e sincera Claverhouse concederà più favorevole ascolto che nol farebbe un giudice civile, tremebondo schiavo delle circostanze. Ve lo confesso. Oggi che tutte le molle della giustizia son rotte in una guisa la più deplorabile, mi sarebbe meno amaro il perdere la vita per una conseguenza del dispotismo militare, che condannato da una sentenza, in apparenza legale, d'un giudice corrotto, di un di que' tanti giudici, i quali, se conoscono ancora quelle leggi che sono instituite a proteggerne, le adoperano a' dì nostri per convertirle in istrumenti di dispotismo e di distruzione.»
»Voi siete nonostante perduto se Claverhouse vi dee giudicare. L'infelice arcivescovo ne era intrinseco amico. Nella lettera, di cui vi ho parlato ora, si esprime in chiare note non esservi da sperare grazia di sorte alcuna per coloro che avranno dato asilo o soccorso a qualcuno degli uccisori del primate: che non varranno nè scuse nè sutterfugi a salvarli; ch'ei vendicherà la morte del prelato col far cadere tante teste recise quanti capelli bianchi quel vegliardo aveva sul capo.»
Jenny stata sino allor silenziosa, in veggendo che i due amanti si diffondevano in flebili considerazioni senza trovare rimedio alla sovrastante disgrazia, si fece finalmente coraggio a dare ella pure il suo avviso.
»Vi chiedo scusa, miss Editta, ma noi non abbiam tempo da perdere. Che il sig. Morton metta la mia vesta e la mia mantellina; uscirà con voi senza che Holliday lo riconosca. Intanto che ha bevuto di più, non gli si dev'essere schiarita la vista. Voi indicherete al sig. Enrico la via per uscir del castello, indi tornerete nel vostro appartamento; io m'avvolgerò nel pastrano del fuggitivo, farò per una mezz'ora la parte di prigioniero, indi chiamerò Holliday e gli dirò di lasciarmi uscire[4].»