»Voi vedete la festa che vi si sta preparando» disse a Morton Lumley.
»Se avesse dovuto spiacermi, non mi troverei vosco in questo momento: vi confesso ciò nonostante, che per lo interesse d'entrambe le parti, amerei meglio veder gli apparecchi d'una festa che celebrasse il ritorno della pace.»
Giunsero finalmente sopra un'altura che signoreggiava tutti i dintorni, e ove trovavasi il comandante supremo in mezzo a' suoi ufiziali. Da questo luogo scorgeansi tutti i giri del Clyde e parimente il campo de' sollevati. Gli ufiziali sembravano intesi ai riconoscimenti di quel terreno per concertare con maggior sicurezza un assalto.
Lumley avvertì sua altezza che Morton ne aspettava i comandi ed allora il duca fe' cenno alle persone di quella comitiva d'allontanarsi, nè serbò presso di sè che due ufiziali, co' quali parlò pochi istanti sommessamente prima che Morton gli fosse vicino; lo che diede tempo al nostro araldo di squadrare coll'occhio le persone colle quali venia a parlamento.
Ell'era impossibile cosa a chi vedeva il duca di Monmouth il non essere cattivato dalle grazie e dai modi soavi e lusinghevoli che natura largamente gli compartì. In mezzo a questi però, un attento osservatore potea scorgere tal qual aria d'esitazione e d'imbarazzo, che parea ne tenessero sospeso l'animo, quando tutte le circostanze il costrignevano a prender partito.
Stavano dietro a lui Claverhouse, conosciuto anche troppo da Morton, ed un altro ufizial generale, di cui l'aspetto eccitar dovea impressione strana anzichè no. Vestito alla foggia che usavasi ne' primi anni del regno di Carlo I, una lunga e grigia barba gli scendeva al petto, ed avea fatto voto di non reciderla sin dal giorno che quello sfortunato monarca perì sotto la mannaia del carnefice. Scoperto e pressochè affatto calvo erane il capo. Le rughe del fronte, l'olivastro color delle guance, l'acutezza de' suoi sguardi additavano tal vegliardo, che le infermità non avevano infievolito, intantochè scorgeasi in ogni costui lineamento un coraggio scevro affatto d'umanità. Tal si era il generale Tommaso Dalzell, più temuto ed abborrito dai Puritani che non lo stesso Claverhouse. Questi almeno, se usava modi violenti ed opprimitori gli era soltanto allorchè ragione politica parea comandarli, e perchè nell'istante non giudicava esserne d'altri migliori per sottomettere i Presbiteriani. Ma Dalzell non seguia che gl'impulsi d'un'indole sanguinolenta e feroce di sua natura.
»Voi venite, o signore, disse a Morton il duca, per parte di que' traviati, e il vostro nome è Morton se non isbaglio. Volete dunque farne conoscere il motivo che vi conduce fra noi?»
»Il motivo apparisce, o milord, da uno scritto che lord Evandale dovrebbe aver posto nelle mani di vostra altezza.»
»L'ho letto, ed ho anche saputo dallo stesso milord, che in queste sciagurate circostanze il sig. Morton ha date prove di generosità ad un tempo e di moderazione. Glie ne fo quindi i miei ringraziamenti.»
Che modi sì cortesi non andavano a' versi di Dalzell, lo scorse Morton da un disdegnoso dimenar di capo e da uno stringersi nelle spalle che accompagnarono poche parole sommesse da costui volte al compagno, ed alle quali Claverhouse non rispose che con un lieve sorriso e con un moto quasi impercettibile di palpebre.