L'un guardava l'altro tacendo.

«Già lo vedo» entrò in mezzo Wamba «il matto dee sempre esser matto, e toccherà al matto rischiare il collo in un'impresa che ai savi mette paura. Sappiate dunque, miei cari cugini, che ho portata sopravveste nera prima del berretton coi sonagli, e sarei a quest'ora frate, se non mi fossi accorto d'aver l'ingegno necessario ad esser un matto. Spero pertanto che coll'aiuto del cappuccio e della cocolla del degno eremita, e per la virtù della scienza e della santità che saranno sicuramente infuse a questi venerabili arredi, mi troverò in essere di arrecare consolazioni e spirituali e terrestri, così al nostro buon padrone Cedric come ai compagni della sua disgrazia.»

«Credi tu ch'egli abbia bastante accortezza a sostener bene una tal parte?» domandò il cavalier Nero a Gurth.

«Non saprei dirvi nulla» questi rispose «ma se non riesce, sarà la prima volta, che non avrà cavato buon partito dalla pazzia.»

«Metti dunque l'abito da eremita, mio bravo figliuolo» disse il cavalier Nero «e fa che il tuo padrone ci renda conto dello stato del castello. Debbono essere in pochi a difenderlo, e v'è a scommettere cinque contr'uno che un assalto vigoroso e improvviso ce ne farebbe padroni. Ma il tempo stringe. Ti affretta.»

«Intanto» disse Locksley, «noi ci serreremo sì addosso alla piazza che non possa uscirne una mosca a portar altrove, fuorchè a noi medesimi, le notizie di chi sta dentro. Tu puoi quindi, amico mio, assicurar que' malvagi che pagherebbero caro, ma assai, un sol capello torto ai lor prigionieri.»

«Pax vobiscum» disse Wamba della di cui acconciatura si prese incarico l'eremita.

Indi composta l'andatura alla gravità dignitosa e solenne d'un prior di convento, partì per eseguire la commissione che si era assunta.

CAPITOLO XXV.

«Allo spron vidi ritrosi