«Dimenticaste adunque» soggiunse il cavaliere, che parea prendesse diletto a provocare l'antico suo ospite «dimenticaste che, lasciando a parte la tentazione prodotta in voi dalla vista d'un pasticcio e d'un fiasco di vino, rompeste per amor mio il voto d'astinenza?»
«Badate, perchè non conoscete il peso d'un de' miei pugni!»
«Un vostro pugno! Nol credeste già tal regalo, ch'io non vi sapessi restituir con usura, usura sì abbondante che il vostro prigioniere non ne ha mai riscosse di tanto forti dacchè mercanteggia.»
«Gli è quanto vo' provar sull'istante.»
«Fermo là» sclamò Locksley. «Siete voi matto, ser cappellano? Una lite sotto la nostra gran quercia!»
«Non si dirà questa una lite» soggiunse il cavalier Nero; «ma bensì una prova amichevole delle nostre forze. A voi, degno eremita; menate il vostro colpo; consento a sopportarlo, purchè vogliate sottomettervi a quello che indi v'applicherò.»
«Di tutto buon grado! Foste anche Golia, andrete a misurare la terra come egli fece.»
Dette queste parole, quel gagliardo rivoltò la sua manica facendola arrivar sino al gomito, e ben serrato il pugno e con tutto il vigore del nerboruto suo braccio gli vibrò tal colpo sulla testa, che avrebbe bastato a stramazzare un bue. Ma l'emulo dell'eremita di Copmanhurst rimase fermo come scoglio, onde tutti gli arcieri misero acclamazioni di congratulazione.
«Or tocca a me» disse il Cavaliere levandosi la sua manopola. «Non voglio avere vantaggi di sorte alcuna. Vedremo se meglio riuscirò.»
«Vi cedo il riscatto di questo Ebreo se vi da l'animo farmi smover d'un pollice.»