Alberto Malvoisin, presidente, o, per parlare col linguaggio dell'Ordine, commendatore della fondazione de' Templarii a Templestowe, era fratello di quel Filippo di Malvoisin, del quale più d'una volta parlammo, nè men di questo collegato strettamente con Brian di Bois-Guilbert.

E certamente costui potea noverarsi fra gli uomini i più dissoluti e i più licenziosi, di cui tanto abbondava l'ordine dei Templarii. Ma in una sola cosa diverso da Bois-Guilbert, sapea coprire col velo dell'ipocrisia i vizi e l'ambizione che il dominavano, e mettere in vece della religione, che in costui affatto mancava, l'apparenza della superstizione e del fanatismo. Laonde avrebbe solamente bastato che il Gran-Mastro non fosse giunto a Templestowe in modo sì subitaneo ed inaspettato, perchè gli occhi di questo non vi ravvisassero neppur l'orma della licenza che vi si era introdotta. Alberto Malvoisin, quantunque sorpreso dal non preveduto arrivo del suo superiore, non quindi si scompigliò; ma diede tostamente opera a nascondere quanto mai si potea lo sregolamento e i disordini che viziavano la Commenda da lui governata; e poichè gli era impossibile cosa il palliare tutti i traviamenti cui dato erasi luogo, ascoltò con aria la più contrita i rimproveri fattigli a tal proposito dal Gran-Mastro, e mise tanta sollecitudine ad estirpare sino gli abusi di minor conto, che non tardò a fare scorgere tutte le forme d'un'ascetica devozione in que' luoghi, i quali fino allora erano stati teatro di diletti mondani e persino illeciti. Per tal guisa il Gran-Mastro ravvisò bensì in Malvoisin un uomo debole, che non seppe imporre, quanto il doveva, un argine alla corruttela della disciplina, ma non mai tale, che si fosse stolto compiutamente dal retto sentiero, su di cui un sol cenno della suprema autorità, così comparver le cose, valeva a rimetterlo senza l'uopo di maggiore fatica.

Pur queste propensioni d'animo favorevole al suo subordinato si alterarono grandemente in Beaumanoir all'accorgersi come Alberto avea comportato, che venisse introdotta in luogo affidato ad esso una donna giovane, una Ebrea, e a quanto ogni apparenza gli dimostrava, la favorita d'un confratello. Allorchè pertanto il Commendatore fu alla presenza di lui, questi lanciò sovr'esso un severissimo sguardo.

«Vengo a sapere che in questa casa consacrata a Dio e al santo Ordine trovasi una femmina Ebrea, e che un dei nostri fratelli ve l'ha condotta. Gli è impossibile che voi ignoriate tal cosa, ser commendatore.»

La confusione fu eguale alla maraviglia in Alberto Malvoisin, che sapeva come la giovane Ebrea era stata rinchiusa nella parte di quell'edifizio la più lontana dalle stanze del Gran-Mastro, e sapea parimente quai cautele si fossero prese perchè a questo non pervenisse notizia di simil fatto. Lesse quindi negli occhi di Beaumanoir la rovina propria e quella del suo compagno, se non trovava qualche espediente pronto e opportuno a dileguare il turbine imminente a scoppiare.

«A che debbo attribuire il vostro silenzio?» ripigliò a dire il Gran-Mastro.

«Mi è permesso il parlare?» chiese il Commendatore con finta umiltà, comunque cercasse unicamente il modo di acquistar tempo per architettare il sistema di condotta cui doveva allora attenersi.

«Parlate, ve lo permettiamo. Ditemi. Vi è noto il capitolo delle nostre regole de commilitonibus Templi in sancta civitate, qui cum miserrimis mulieribus versantur propter oblectationem carnis

«Sì, certamente mi è noto, reverendissimo Gran-Mastro, nè sarei pervenuto alla dignità, che occupo nell'Ordine, se non conoscessi la cosa più rilevante fra quelle che le nostre istituzioni divietano.»

«La conoscete, e avete potuto sofferire che uno de' nostri fratelli contaminasse, disonorasse questa santa dimora col condurvi una sua favorita, una favorita di religione ebrea, una strega?»