«Mi fa maraviglia, degno Cedric» dicea in quel tempo il Priore, «come ad onta della predilezione in che avete il vostro idioma, certamente vigorosissimo, non abbiate fatto grazia al francese-normanno per quei vocaboli che appartengono alla caccia. Non credo esservi lingua, che prevalga sopra l'ultima nel poter offerire voci variate ed acconce ad esprimere quante idee presenta questa gradevolissima fra l'arti del diletto.»
«Venerabile Priore» soggiunse Cedric «vi rispondo non curarmi punto di tai parole ricercate che vengono d'oltremare. Non ho bisogno di esse per gustare i piaceri della caccia nelle nostre foreste.»
«L'idioma francese» entrò allor in campo il Templario, adoperando quel tuono prosontuoso e autorevole che gli era sì famigliare «non è solamente l'idioma proprio della caccia; esso è parimente quello dell'amore e della guerra, atto così a cattivarsi il cuor delle donne leggiadre, come a spargere il terrore fra gli inimici.»
«Ser cavaliere» fu pronto allora Cedric nel rispondergli «colmate la vostra tazza e quella del Priore, e permettete intanto ch'io risalga ad un tempo rimoto da noi per trent'anni. Tal quale era a quei giorni Cedric, egli non aveva d'uopo di frascherie francesi per farsi ben intendere all'orecchio di giovane donna, e i campi di Northallerton possono far fede se il grido marziale de' Sassoni fu inteso per mezzo alle file dell'esercito scozzese, quanto il possa essere quello del più ardimentoso fra i baroni Normanni. Viva la memoria de' prodi, che combatteron in quella giornata! Fatemi ragione, diletti miei ospiti» e colmato in ciò dir fino all'orlo un nappo di vino, continuò con ardor sempre crescente. «Sì: quell'innalzamento di scudi fu ad ognor memorando, cento bandiere sventolavano su i capi di quei famosi guerrieri; il sangue sgorgava da ogni banda a torrenti, nè v'era chi non preferisse la morte alla fuga. Un bardo sassone avrebbe nominato la festa delle Spade un tal giorno; o l'adunamento dell'aquile che si lanciavano sulla lor preda, e avrebbe detto quel suon di guerra più soave all'orecchio che non i canti festevoli d'un convito nuziale. Ma i nostri Bardi or più non vivono, e le nostre imprese vanno a perdersi in quelle d'un'altra schiatta. Persin la nostra lingua, il nostro nome persino, stanno sul punto di spegnersi, nè rimane che un vecchio abbandonato da tutti» accennando sè stesso «a gemere tale sciagura. Coppiere, paggi[6], empite i bicchieri. Su via, ser Cavaliere. Vivano i prodi in armi! Vivano, qualunque ne sia la patria e la lingua, vivano i valorosi campioni, che danno oggidì maggiori prove di coraggio nel combattere per la Croce!»
«Parrà forse tropp'alto questo dire in uomo insignito di tale simbolo venerabile» e intanto Bois-Guilbert accennava la croce ricamata sul suo mantello. «Ma a chi fra i difensori dell'augusto vessillo potrebbe concedersi la palma, se non è ai miei generosi fratelli d'armi, ai campioni del Santo Sepolcro, ai prodi cavalieri del Tempio?»
«Ai cavalieri ospitalieri» soggiunse il Priore: «ho un fratello in quest'ordine.»
«Non m'intendo avvilire la loro fama» disse il Templario «ma credo...»
«Credo nostro zio» soggiunse interrompendo Wamba «che se Riccardo Cuor-di-Leone avesse avuto bastante giudizio per far a modo d'un matto, sarebbe rimasto in casa propria co' suoi buoni Inglesi, e avrebbe lasciato l'onore di liberare Gerusalemme a questi bravi cavalieri, chè essi in fatti toccava più da vicino tale faccenda.»
«Nell'esercito inglese adunque» si fece a chiedere Rowena «non eravi alcun guerriero, il cui nome meritasse di stare a confronto de' cavalieri del Tempio e degli altri di S. Giovanni?»
«Perdonatemi, leggiadra signora» rispose il Templario; «il monarca inglese condusse con sè molti prodi, i quali non cedevano in valore se non se a quelli che furono il perpetuo baluardo di Terra Santa.»