Dette le quali cose uscì tosto di Templestowe.

«Mi farò prestare il cavallo del mio vicino Buthan» meditava egli nel riprendere la via del proprio villaggio «e con questa cavalcatura, e aiutato dalla grazia di Dio, giugnerò sollecito a York.»

Per una fortunata combinazione non gli fu d'uopo di far tanto viaggio. Non si era scostato che d'un quarto di miglio dalla Commenda, allorquando s'accorse di due uomini a cavallo, che ai loro gialli berrettoni ravvisò per ebrei; ed anzi giunto più vicino ai medesimi vide che l'un di essi era lo stesso Isacco, l'altro il rabbino Ben-Samuel. Questi facean la ronda attorno del castello di Templestowe, ma non osavano entrarvi per essere stato detto loro, che in quel tempo il Gran-Mastro s'interteneva a processare una strega.

«Fratello Ben-Samuel» all'altro diceva Isacco «la mia anima è inquieta, nè senza cagione. L'accusa di negromanzia è uno fra i pretesti di cui spesse volte si valgono i nostri persecutori.»

«Calmatevi, fratello» rispondeva Nathan; «voi siete ricco abbastanza per non temere i Nazareni. Tutto si ridurrà a spendere, un po' più, un po' men di danaro. Il danaro ha sovr'essi tanta virtù, quanta ne avea su i cattivi spiriti l'anello di Salomone. Ma chi è questo povero sgraziato che s'avanza ver noi reggendosi alle stampelle? Sembra ci voglia parlare. Amico» diss'egli ad Higg «hai tu bisogno de' soccorsi dell'arte mia? non te li ricuso, ma avverti questo: non darei un aspro ad un che io trovi accattando sulla strada maestra. Non ti servono più le tue gambe? Capisco bene che non potresti far nè il corriere, nè il pastore, nè il soldato: ma a quanto mi sembra hai buone braccia, e vi sono altri mestieri ne' quali avresti modo.... In somma, fratello, che male avete?»

Nel durare di tale arringa Isacco avea preso il biglietto presentatogli da Higg, e appena postivi gli occhi sopra cambiò di colore, mise un profondo gemito e stramazzò da cavallo, rimanendo per qualche istante fuori di sentimento.

Della qual cosa turbato il rabbino saltò di sella, e dopo avere fatto fiutare un elissire che portava seco al compagno, diede mano agli strumenti di chirurgia cui parimente professava, accingendosi a trargli sangue, allorchè Isacco rinvenne. Qual fu la maraviglia di Nathan in veggendolo gettar lunge da sè il berrettone e spargere di polve i suoi grigi capelli! Lo credè assalito da un'impeto di vertigine; laonde, non declinando dalla prima intenzione, riprese in mano i suoi strumenti. Ma Isacco non tardò a fargli manifesta la vera origine di quel suo stato.

«Figlia del dolore!» esclamò «Ti doveva essere imposto il nome di Benoni, e non di Rebecca. Possa la mia morte preceder la tua, affinchè io non mi tragga a maledire il creatore e perder l'anima mia!»

«Che osate voi dire, o fratello?» sclamò il rabbino. «E un figlio d'Israele può favellare in tal guisa? Qual cosa dunque è accaduta a vostra figlia? Io spero ch'ella non sia ancor tolta dal novero dei viventi.»

«Ella vive» rispose Isacco «ma come Daniele nella fossa de' leoni, come i tre fanciulli nella fornace. Ella è prigioniera de' figli di Belial, che stanno per compiere sovr'essa gli atti di lor crudeltà, sordi a qualunque voce di compassione per la sua innocenza, per la sua giovinezza. Ella era sul canuto mio crine una corona di palme, eccola appassita in una notte come la zucca di Giona. Figlia dell'amor mio! conforto di mia vecchiezza! solo rampollo della mia amata Rachele! le tenebre della morte già ti circondano!»