«Dio soccorra la buona causa!» disse il Gran-Mastro terminata che fu la lettura medesima.

«Amen!» rispose tutta quell'assemblea. Rebecca serbò il silenzio, sollevò gli occhi al cielo, ed incrocicchiate le braccia sul petto, rimase un istante in tal atto. Poi, voltasi modestamente al Gran-Mastro, gli rimostrò come fosse d'uopo il permetterle di porsi in corrispondenza coi propri amici a fine d'instruirli dello stato in cui si trovava, e di procacciarsi meglio un campione che la causa di lei difendesse.

«È giustissima si fatta inchiesta» Beaumanoir le rispose. «Scegli il messo che più t'aggrada, e gli sarà libero l'ingresso alla stanza della tua prigione.»

«Avvi alcuno tra voi» disse Rebecca volgendosi all'uditorio «che mosso da amor di giustizia, o dalla speranza di una larga ricompensa, voglia prestar tal servigio ad una giovane innocente altrettanto quant'è sventurata?»

Niuno rispose, perchè non trovavasi chi ardisse alla presenza del Gran-Mastro esternare premura per un'ebrea dallo stesso Gran-Mastro condannata siccome strega, e mettersi così a rischio di venir sospettato partigiano del giudaismo o della negromanzia. Quindi nè la pietà, nè l'adescamento medesimo d'una ricompensa ebbero forza bastante a vincere un tale timore.

Rebecca rimase alcuni istanti in uno stato d'inquietezza, che sarebbe impossibile cosa il descrivere. «E il crederò a me medesima?» ella esclamava «ed è sul suolo inglese ch'io mi vedo priva di quella debole speranza di salvezza, su cui mi era lecito ancora fondarmi, e ciò per non esservi chi si presti ad un atto caritatevole che non verrebbe negato a qualsivoglia reo anche il più abbietto?»

«Io non posso camminare che reggendomi alle stampelle» sclamò Higg, figliuolo di Snell «ma se movo alcun poco le gambe, a voi sola ne ho l'obbligazione. Quindi adempirò io le vostre commissioni quanto meglio mi verrà fatto. Oh! piaccia a Dio che i miei piedi possano ammendare le colpe della mia lingua! Me infelice! quando ebbi la sfortuna di render giustizia alla vostra carità, non m'immaginai certamente che v'avrei posta in pericolo.»

«Dio ordina a suo grado le cose» rispose Rebecca. «Fra le sue mani lo strumento il più debole può bastare a rompere i ferri della nostra cattività; e sol ch'ei vuole la lumaca ne diviene messaggero agile quanto il falcone.»

Sopra un pezzo di pergamena che uno de' cappellani le porse per ordine del Gran-Mastro, ella scrisse diverse righe in ebraico. «Cerca Isacco d'York» diss'ella ad Higg, «e consegnagli questo biglietto. Eccoti il danaro onde tu possa noleggiare un cavallo e pagar le tue spese. Non saprei dire se tal presentimento mi derivi dal cielo, ma spero non morire della morte che a me si crede serbata. Il giusto Iddio susciterà un difensore a mio scampo. Addio, pensa che la mia vita dipende dalla tua sollecitudine.»

Molti spettatori cercarono stogliere Higg dal toccar solamente un biglietto scritto in caratteri cabalistici, ma egli rimase fermo in volere render servigio alla propria benefattrice. «Ella sanò il mio corpo» loro dicea «nè so persuadermi che sia mente di lei mettere in rischio l'anima mia.»