In questo mezzo il cavalier Nero e la sua guida trascorrevano la foresta. Il primo d'essi or gorgheggiava a mezza voce ballate che gl'insegnò qualche innamorato Trovadore, ora colle proprie interrogazioni animava l'inclinazione naturale ch'era in Wamba al cicaleccio; talchè gli intertenimenti di queste due persone formavano un miscuglio assai bizzarro di canti e facezie.

Il leggitore immagini in questo cavaliere un uomo qual già il pignemmo di alta statura, di vigorosa complessione, fornito di larghe spalle, e montato sopra un cavallo nero, che sembrava scelto a disegno di una forza capace a sostenerne il peso. La visiera dell'elmo non era sollevata più di quanto facesse mestieri a permetterle libera la respirazione, e chiusa se ne vedea la barbozza, onde appena poteano scernersi alcuni de' suoi lineamenti. Scorgeasi nonostante come ne fossero piene e vermiglie le guance ad onta d'essere alquanto abbrunite dal sole, gli occhi grandi, azzurri e vivaci sì che il loro moversi parea quasi lampo. Del rimanente così questi come la fisonomia sembravano annunziare una tal quale non curante gajezza, la fiducia di chi non misura i pericoli, ed un animo sì poco avvezzo a prevederli che ardente ad affrontarli se si presentavano, ed intrepido nell'aspettarli, perchè l'armi erano state la professione dell'intera sua vita.

Wamba andava vestito giusta il solito, se non che gli avvenimenti, dei quali era stato recentemente spettatore, lo avean consigliato a mettere in luogo della sciabola di legno una specie di coltello da caccia ben tagliente e un picciolo scudo; armi di cui ad onta del mestiere professato avea fatto buon uso nel cortile di Torquilstone, il dì che questo castello venne distrutto. Per vero dire, la pazzia di Wamba stava tutta in una specie di inquieta volubilità di mente che non gli permettea nè di rimanere troppo nella postura medesima, nè di seguire a lungo il corso d'una stessa idea, benchè riuscisse ottimamente in tutti quegli assunti che voleano solamente l'attenzione di pochi istanti, ed afferrasse di prima vista il vero stato delle cose verso le quali volgea in quel punto la mente. Conformando gli atti della persona allo spirito cambiava sempre di luogo sul suo cavallo, ed or quasi gli stava al collo, or in groppa: spesso si mettea seduto colle gambe penzolone dalla medesima banda, altre volte volgea il viso verso la coda della bestia non si fermando mai un momento, e tormentando in tutti i modi possibili il corridore, che finalmente impennatosi lo gettò sull'erba; caso che non ebbe altra conseguenza se non di far ridere il Cavaliere e di render Wamba più fermo in sella nel rimanente del viaggio.

Il cavalier Nero avendo terminato di gorgheggiare un virelai: «Mi ricordo» disse Wamba «d'una ballata che cantai un giorno al mio camerata Gurth, il quale per la grazia di Dio e del suo padrone oggidì è nè più nè meno d'uom libero. Egli volle impararla, e tante volte gliela ripetei una mattina, che eravamo anche in letto due ore dopo la levata del sole, il quale incidente ne fruttò una buona dose di bastonate. Sol mi venga in mente il motivo dell'aria, mi sento far male le ossa. Nondimeno se volete ve la canterò.»

Il Cavaliere avendogli risposto che la udirebbe con diletto, Wamba cantò la seguente ballata:

La Vedova e i suoi tre Amanti.

Corteggiavano tre amanti

Una vedova vezzosa,

E ciascun la fiamma ascosa

Le svelava co' suoi canti.