«Confiteor... mea culpa» partì sommessamente questa intonazione da una voce poco distante da Riccardo. «È tutto quel latino che ho potuto in tal momento raccapezzare. Confesso i miei peccati e ne imploro l'assoluzione.»

Voltosi il Re, vide il gioviale eremita che stava inginocchione col suo rosario fra le mani, e avendo presso di sè un nodoso randello, che non rimase del certo inoperoso nel durar della pugna. Non gli si vedea più che il bianco degli occhi, tanto studiavasi di sollevar le pupille al cielo, e facea ogni sforzo per comporre a profondissima contrizione la sua fisonomia. Ma non so qual cosa di giocondo e burlevole che in que' suoi modi si frammettea, lasciava travedere come fossero artefatte la divozione e la tema.

«Ah! ah! sei tu, santo eremita di Copmanhurst?» disse il Re. «Qual cosa è dunque che ti cruccia? Ti rincresce forse che il tuo diocesano sia istrutto del fervoroso zelo onde presti servigio alla Madonna e a san Dunstano? Non temere di nulla. Riccardo d'Inghilterra non ha mai traditi i segreti de' suoi amici.»

«Graziosissimo sovrano» disse il romito, che era il frate Tuck tanto conosciuto nella storia di Robin-Hood «non è la croce ch'io paventi, ma bensì lo scettro. Abbrividisco in pensando che questo mio pugno sacrilego andò a percotere sopra l'unto del Signore.»

«Oh! oh!» sclamò Riccardo «è di lì che viene il vento? In fede mia ch'io aveva dimenticata una tal circostanza. Ma domando a tutte le brave persone che ne sono state spettatrici, se non t'ho ben pagato d'uguale moneta. Se per altro ti credi d'essere tuttavia in isborso parla, e son presto a raddoppiare la dose.»

«No, no» s'affrettò a dire fra Giocondo; «ho ricevuto quanto mi si dovea, e compresi anche i frutti. Possa la Maestà vostra pagar sempre sì compiutamente i suoi debiti!»

«Se li potessi pagare tutti così, i miei creditori non s'accorgerebbero mai d'alcun voto nel mio regio erario.»

«Nondimeno» disse ricomponendosi ad ipocrisia l'Eremita «non so qual penitenza imporre a me stesso per quella botta sgraziata.»

«Non ne parliamo più. Ne ho ricevute tante dai Pagani e dagl'Infedeli, che sarei persino sragionevole, se conservassi rancore per questa, somministratami da un religioso così santo ed esemplare come l'eremita di Copmanhurst. Però, onesto fratello, crederei ottimo espediente pel bene di te e della Chiesa il farti scappucciare, e dandoti un grado tra le guardie reali confidarti in custodia la mia persona invece della cappella di san Dunstano.»

«Mio degno monarca, vi chiedo umilissimamente perdono, e voi me lo concedereste, se vi fosse noto quanto dominio ha su di me il peccato della pigrizia. San Dunstano, la cui benedizione sia continua sopra di voi, san Dunstano, dico, non istà men tranquillamente nella sua nicchia, se dimentico di dir le mie preci per andare ad ammazzare un daino. Se passo la mia notte fuor della cella, intertenendomi in cert'altre bagattellucce, san Dunstano non dice una parola. Egli è il padrone il più mansueto, il più compiacente, il più facile da servire fra quanti se ne possano immaginare. Ma se entrassi fra le guardie del mio sovrano, onore senza dubbio massimo per me, che cosa accadrebbe? La prima volta ch'io andassi o ad ammazzare un daino da una banda, o a confortare una vedovella dall'altra dov'è questo frate scappucciato? uno direbbe. Chi ha veduto quel maladetto frate Tuck! salterebbe su l'altro. Questo can di frataccio distrugge più daini da sè solo, che la metà della contea tutta insieme, direbbe una guardia; e non la perdona nemmeno ai cervi, aggiugnerebbe una seconda. In somma, mio grazioso sovrano, vi supplico lasciarmi quale mi avete trovato, o, se vi piace estendere la vostra benevolenza sopra di me, considerarmi come il povero cherco della cappella di san Dunstano di Copmanhurst e nulla più, e in tal qualità il contrassegno anche il più lieve della vostra munificenza sarà molto per me.»