All'estremità di questo ricinto, dalla parte dell'oriente, venne collocato un trono pel Gran-Mastro e le occorrevoli sedie pe' commendatori e cavalieri. Al disopra del trono sventolava il sacro stendardo nominato Beauséant, l'insegna dell'Ordine, siccome il suo nome era il grido di unione per que' guerrieri.
All'altra estremità del ricinto sorgeva il rogo, nel cui mezzo vedeasi un palo, cui erano sospese catene di ferro per attaccare ad esso la vittima che dovea venire immolata. In piedi presso al rogo stavano quattro schiavi neri, il cui colore e i lineamenti affricani, in quell'età pressochè sconosciuti nell'Inghilterra, empiean di terrore la plebaglia, che parea riguardasse que' servi siccome demonii presti a rientrare nel loro elemento. Questi quattro uomini rimanevano in uno stato di perfetta immobilità, da cui non si stoglievano che allorquando un quinto uomo dello stesso colore, capo di essi, a quanto sembrava, dava loro alcuni ordini per aggiustare le legna che servivano alla costruzione della catasta. Costoro non volgeano mai gli occhi alle turbe circostanti, nè parea tampoco s'accorgessero d'avere spettatori attorno di loro, intesi unicamente a ben eseguire le fazioni di quell'orribile ministerio. Allorchè essi parlavano insieme aprendo quelle grosse labbra, e mostrando quindi i candidissimi loro denti, quasi sorridessero anticipatamente all'idea della tragedia in cui doveano sostenere una parte, i contadini atterriti poteano appena starsi dal credere, che quegli uomini straordinarii fossero que' medesimi spiriti dell'abisso, co' quali aveva avuto commercio la strega che stava aspettandosi, spiriti dell'abisso venuti ivi per essere pronti ad incominciare il supplizio serbatole nel mondo di là, appena terminato l'altro che in questo mondo le si preparava. Argomento de' discorsi d'ognuno era la possanza del diavolo, che in tale occasione avrebbe avuto torto lagnandosi di non vedersene attribuita abbastanza.
«Compare Dennet» dicea un giovane contadino ad un altro più attempato «avete udito dire che il diavolo ha portato via in corpo e in anima il gran thane Sassone, Atelstano di Coningsburgo?»
«Sì, sì,» rispose Dennet «ma, per la grazia di Dio e di san Dunstano, è stato obbligato a riportarlo in questo mondo.»
«Che cosa v'intendete voi dire?» lor chiese un giovane ben fatto, vestito d'un giustacuore verde ricamato d'oro, e di cui si ravvisava la professione allo scorgere dietro di lui un facchino robusto che portava un'arpa. Questo nuovo interlocutore parea d'una condizione al disopra dei menestrelli ambulanti, poichè oltre al ricamo che ne fregiava le vesti, portava al collo una catenella d'argento, e sospesa ad essa la chiave, di cui valevasi ad accordare la sua arpa. Gli stava attaccata al braccio destro una piastra d'argento, ma invece di vedervisi l'impresa di qualche barone, alla famiglia del quale ei pertenesse, vi si leggeva unicamente la parola Sherwood. «Che cosa v'intendete dire?» egli chiese pertanto ai due contadini, frammettendosi al loro colloquio «io qui venni per cercare un argomento di ballata, ma non andrei in collera se ne trovassi due.»
«Tutti sanno» disse Dennet «che quattro settimane dopo la morte di Atelstano di Coningsburgo....»
«Che dite voi di quattro settimane?» sclamò il menestrello «la cosa è impossibile. Io l'ho veduto in ottimo stato di salute alla posta d'armi d'Ashby, e sono pochi giorni.»
«Ciò non impedisce ch'ei sia morto o sparito da questo mondo» soggiunse il giovine contadino, «perchè ho udito i frati di sant'Edmondo cantar l'ufizio da morto per lui; vi è stato, com'era ben di dovere, un magnifico banchetto funebre al castello di Coningsburgo, e non mi sarei trattenuto dall'andarvi, se Mabel Parkins che...»
«Sì, sì. Atelstano è morto» soggiunse dimenando il capo Dennet «e la è una grande disgrazia, perchè ecco l'antico sangue sassone...»
«Ma la vostra istoria! continuate la vostra istoria!» sclamò impazientendosi il menestrello.