«Ricevere ospitalità in un luogo dove ho diritto di comandare! Non mai!... Cappellani intonate il salmo: Quare fremuerunt gentes.... Cavalieri, aspiranti, scudieri, preparatevi a seguire la bandiera di Beauséant.»
Il Gran-Mastro pronunziò questi accenti con tal maestà, come se fosse stato il sovrano d'Inghilterra egli stesso, e inspirò coraggio ai suoi cavalieri, dianzi perplessi ed attoniti. Si raccolsero questi attorno di lui come agnelli attorno al cane che li protegge, allorquando odono gli ululati del lupo, colla differenza che i cavalieri non imitavano nella timidezza gli agnelli. Parea che con audace fronte sfidassero il Re, e gli occhi loro esprimevano quelle minacce, cui non osavano pronunziare alla presenza del Gran-Mastro. Usciti dello steccato risalirono a cavallo, e schierandosi in ordine di battaglia e impugnata la lancia, si sarebbe detto che aspettavano soltanto un comando del lor superiore per incominciare atti ostili. La moltitudine, che sulle prime mandò contr'essi grida d'imprecazione, al vedere questi apparati di pugna, si ritrasse in silenzio, collocandosi ad una prudente distanza, onde osservare l'esito degli avvenimenti.
Non appena il conte d'Essex s'accorse di tali apparecchi nimichevoli de' Templarii, corse a tutta briglia a raggiugnere la sua truppa per metterla in ordine di difesa. Riccardo in vece si avvicinò ad essi com'uomo che godea nell'affrontare i pericoli: «Cavalieri» sclamò «fra tanti valorosi non ve ne sarà alcuno che voglia venire al paragone dell'armi con Riccardo? Convien dire che le vostre innamorate abbiano le guance ben arse dal sole, o prodi soldati del Tempio, se non ve n'è una che meriti si rompa una lancia a suo onore.»
«I Cavalieri del tempio di Sion» disse il Gran-Mastro uscendo fuor delle file e movendo verso Riccardo «non si battono per cagioni cotanto frivole; nè ve n'ha uno, che voglia misurar colla vostra la sua lancia, o Riccardo re d'Inghilterra. Il Pontefice e i principi dell'Europa saranno giudici della nostra querela. Essi decideranno, se un principe Cristiano dovea condursi nella guisa che voi quest'oggi vi siete condotto. Semprechè non veniamo assaliti, noi ci ritireremo senza assalire nessuno; e faremo mallevadori l'onor vostro delle armi e de' beni dell'Ordine che lasciamo a Templestowe, la vostra coscienza dello scandalo che arrecaste in tal giorno all'intera Cristianità.»
Pronunziati tai detti, e senza aspettare risposta, il Gran-Mastro diede il segnale della partenza. Le trombe rintronarono una musica orientale, solita ad indicare l'istante del marciare ai Templarii; indi i cavalieri rompendo il fronte per ordinarsi in linea di marcia, partirono seguendo a lenti passi il Gran-Mastro; lenta andatura fatta ad indicare che si ritiravano per obbedire agli ordini di questo, ma non già per alcun sentimento di tema.
La plebaglia, simile a que' cani stizzosi ma timidi, che aspettano per abbaiare l'istante del dileguato pericolo, mandò acclamazioni di gioia dopo che furono partiti i Templarii.
«Per la Madonna!» disse Riccardo «è peccato che questi Templarii non sieno sudditi fedeli altrettanto che valorosi e ben disciplinati.»
Nel durar del tumulto che accompagnò la ritratta de' Templarii, Rebecca non vide, non intese nessuna cosa. La tenea stretta fra le braccia il vecchio suo genitore, ed ella tuttavia atterrita, attonita, poteva appena persuadersi d'essere fuor d'ogni pericolo. Una sola parola d'Isacco bastò per richiamarla a sè medesima.
«Vien meco, diletta figlia» ei le disse «tesoro a me restituito, vien meco, andiamoci a mettere a' piedi del bravo giovine.»
«No» rispose Rebecca «oh no! non oso parlargli in tale momento. Oimè! gli direi forse più di quanto... No, no, padre mio. Abbandoniamo tostamente questo luogo funesto.»