Dopo tutte le minacce che avea pronunziate contra l'abate di sant'Edmondo e i suoi frati, dopo avere giurato che li volea far appiccare ed ardere vivi, Atelstano cedendo in parte alla sua naturale indolenza, in parte alle preghiere della madre sua Editta, che al pari di molte altre matrone sue contemporanee era grandemente affezionata al clero, limitò la propria vendetta condannandoli alla pena del taglione, e avendoli fatti rinchiudere nelle prigioni del suo castello di Coningsburgo, li tenne per tre giorni a pane ed acqua. L'abate lo avea minacciato di scomunica in pena della commessa atrocità, ed aveva scritta una spaventosa lista di tutti i danni che egli e i suoi confratelli allegavano sopportati in conseguenza d'una carcerazione illegale e tirannica. Atelstano non meditava che ai modi di resistere a questa monastica persecuzione, e Cedric ravvisò che l'animo del suo amico era così assorto in tali idee, da non capirvene di altro genere. Pure si avventurò a pronunziare il nome di lady Rowena; ma Atelstano, prendendo la sua tazza e colmandola, bebbe alla salute della bella Sassone, e alle sue prossime nozze con Wilfrid d'Ivanhoe. Il caso dunque era disperato, nè si potea più trarre alcun partito d'Atelstano o, come lo espresse Wamba in una frase sassone pervenuta insino a noi: «Egli era un gallo che non voleva più battersi.»
Non rimanevano omai che due ostacoli i quali impedivano tuttavia a Cedric di acconsentire all'unione de' due amanti, l'ostinazione di esso, e l'odio contro la gente normanna[52]. Ma l'ostinazione si indeboliva a grado a grado colle carezze che gli facea la pupilla, ed anche perchè le imprese militari del figlio gl'inspiravano quasi a sua non saputa un sentimento d'orgoglio. Aggiungasi, che non era cosa priva di vezzo per lui l'imparentarsi colla schiatta d'Alfredo, poichè quell'Odoardo il Confessore avea fatta perpetua rinunzia del trono. L'avversione di Cedric alla dinastia de' re Normanni perdea parimente di forza sia per le considerazioni ch'ei facea sulla impossibilità di liberare dal dominio di questa il proprio paese (riguardo che giova non poco ad inspirare lealtà nell'animo de' sudditi di conquista) sia pe' riguardi personali usatigli dal re Riccardo, il quale seppe volger sì bene l'animo del Sassone altero, che Cedric non aveva ancora trascorsi otto giorni alla corte, quando diede il proprio assenso per gli sponsali d'Ivanhoe colla pupilla.
Ottenutosi una volta l'assenso di Cedric, le nozze vennero tostamente celebrate nel più augusto de' templi, nella nobile cattedrale d'York. Vi assistè il Re medesimo, e i riguardi ch'egli usò in tal circostanza, come in molt'altre, a' suoi sudditi Sassoni, fino a quel tempo digradati ed oppressi, divenne per questi un mallevadore di essere trattati per l'avvenire con maggiore giustizia ed imparzialità, i quali vantaggi essi non avrebbero ragionevolmente potuto sperare dalle rischiose sorti di una guerra civile. Tal cerimonia si festeggiò con tutta quella pompa, cui la Chiesa Romana sa prestare alle solennità che le appartengono.
Gurth rimase in qualità di scudiero presso al giovine padrone, cui avea servito sì fedelmente, e passò parimente al servigio d'Ivanhoe il magnanimo Wamba, avendo a ciò acconsentito Cedric, che lo presentò in tale occasione di un sontuoso berrettone da matto, guernito da sonagli d'argento. Questi due fedeli servi, già partecipi de' pericoli e delle sventure d'Ivanhoe, rimasero a partecipare della sua prospera sorte, al che aveano ben diritto di aspettarsi.
I Normanni ed i Sassoni più ragguardevoli vennero invitati alle feste che accompagnarono tali nozze, e fu questo un nuovo pegno di pace e d'accordo fra le due schiatte, sin da quel tempo mescolatesi insieme in quella guisa, per cui ora non è più possibile discernere l'una dall'altra. Cedric visse quanto bastò a contemplare pressochè compiuta una tale unione, perchè le due popolazioni a mano a mano collegandosi e imparentandosi, i Normanni divennero meno orgogliosi, i Sassoni più gentili. Nondimeno non fu che un secolo dopo, allora quando, sotto il regno di Odoardo III, si parlò alla corte la nuova lingua detta oggidì inglese, e allorquando spento affatto ogni germe di nimistà fra i Sassoni ed i Normanni, le due schiatte ne formarono una sola.
Alla domane, che succedè a tal felice maritaggio, Elgitta, ancella di lady Rowena, le annunziò una giovine che desiderava presentarsele innanzi e parlarle da sola a sola. Maravigliata di ciò la Milady titubò alcun poco, ma vincendo la curiosità, diede ordine alle persone del suo corteggio di ritirarsi, e ad Elgitta di condurle l'incognita.
Era questa giovane di portamento nobile e decoroso, avvolta in un candido e lungo velo che ne copria, senza asconderle, l'avvenenza e la dignità. Ella si presentò con modi rispettosi sì, ma scevri di ogni apparenza di tema, e d'ogni arte che paresse fatta a riconciliarsi con ricercatezza il favore della persona alla quale s'indirigeva. Alzatasi per riceverla lady Rowena, la pregò a sedersi, ma la straniera portando l'occhio sopra d'Elgitta, manifestò nuovamente la brama di non avere testimonii al domandato colloquio. Appena ritiratasi l'ancella, con grande maraviglia di lady Rowena la bella sconosciuta piegò, benchè non senza qualche ritrosia, un ginocchio innanzi di lei, e chinando a terra la fronte, ad onta della resistenza opposta dalla sposa d'Ivanhoe, le baciò il lembo della tonaca.
«Che vuol dir ciò?» sclamò tosto la bella Sassone, «e perchè mi porgete voi un segnale di rispetto sì straordinario?»
«Perchè a voi sola, o degna sposa d'Ivanhoe» rispose Rebecca alzandosi, e riprendendo il tuono di tranquilla dignità che le era connaturale «perchè a voi sola io posso legittimamente, e senza rimprocciar nulla a me stessa, pagare il tributo di gratitudine ch'io debbo a Wilfrid d'Ivanhoe. Io sono.... perdonate l'ardire d'essermi presentata dinanzi a voi, io sono l'infelice Ebrea, per cui il vostro consorte cimentò in campo chiuso i suoi giorni sullo spianato di Templestowe.»
«Donzella» sì le disse lady Rowena «Wilfrid in quel memorabile giorno non fece se non se pagar lievemente un debito di gratitudine, che le vostre cure pietose lo costrinsero ad incontrare. Parlate. Evvi alcuna cosa in cui egli ed io vi possiamo esser giovevoli?»