Ella è questa la scena de' fatti che imprendiamo a narrare; storia che si riferisce alla fine del regno di Riccardo I, allorquando questo principe giaceva nei ferri, e il suo riscatto desideravano, più di quanto lo sperassero, i sudditi suoi, stanchi e tratti a stremo da tutte quelle calamità, che tiranni secondarii possono far provare ad una misera popolazione. I nobili, il cui potere era divenuto esorbitante nel durar del regno di Stefano, e ricondotti appena ad una specie di soggezione alla corona dalla saviezza di Enrico II, aveano riassunta tutta l'antica loro licenza, cui si abbandonarono più sfrenatamente che mai. Facendosi costoro scherno delle rimostranze di un debole consiglio di Stato, affortificavano le proprie castella, cresceano il numero delle loro creature, riduceano in vassallaggio tutti i paesi circonvicini, nè omettevano ogni possibile espediente, per raccogliere forze che lor bastassero a ben comparire nelle politiche agitazioni, delle quali era minacciata l'intera contrada.
Ned era migliore la condizione di quella classe di nobili, che veniva tosto dopo i grandi baroni, di quella classe detta comunemente Franklin[1] indipendente giusta le leggi inglesi dalla feudale tirannide. Ma precario era divenuto per essi un tale diritto. Se, come accadea d'ordinario, questi Franklin si metteano sotto la protezione d'alcuno fra i piccoli monarchi confinanti, accettando qualche carica feudale nelle case de' medesimi, ovvero se con un negoziato di lega si obbligavano a soccorrerli in tutte le loro imprese, a tal prezzo ottenevano per vero dire una tranquillità temporanea; ma gli era il prezzo di quell'indipendenza cotanto cara ad ogni cuore inglese, oltre al rischio di dovere sovente prendere parte nelle spedizioni le più temerarie, che ambizione potesse suggerire al loro proteggitore. Per altra parte i grandi baroni avevano in loro arbitrio tante vie di vessare e d'opprimere, che trovavano ognora un pretesto, e rado mancavano di volontà per tribolare, perseguire, disastrare que' meno possenti vicini che cercavano sottrarsi alla loro autorità; o che pensavano una condotta tranquilla e le leggi del paese essere bastante schermo per essi contro il pericolo di que' tempi.
Le conseguenze della conquista dell'Inghilterra, operata da Guglielmo, duca di Normandia, non contribuirono poco ad aumentare la tirannide dell'alta nobiltà ed i patimenti delle classi inferiori. Quattro generazioni non aveano bastato per fare del sangue ostile dei Normanni e di quello degli Anglo-Sassoni un sangue solo, nè per congiungere coi vincoli d'uno stesso idioma e de' communi interessi due nemiche schiatte, l'una delle quali respirava ancora l'orgoglio del riportato trionfo, l'altra deplorava tuttavia la vergogna della sofferta disfatta. L'esito della giornata di Hastings avea concentrata ogni autorità nelle mani della nobiltà normanna, la quale, siccome l'accertano i nostri storici, non ne aveva usato con moderazione. Le famiglie dei principi e nobili Sassoni, tranne un piccolissimo numero, erano state annichilate o spogliate, e rarissime furono, che ne' paesi governati dai loro maggiori possedessero ancora i dominii di seconda o di terza classe. Perchè la politica di Guglielmo e de' suoi successori si stette nell'affievolire, fosse per vie legali od illegali, la forza di una parte di popolazione, considerata, nè a torto, da questi principi come quella che nudriva l'odio il più inveterato contro i conquistatori dell'Inghilterra. Tutti i re di stirpe normanna non trascuravano occasione di mostrarsi grandemente parziali alla parte normanna de' loro sudditi. Laonde le leggi proibitive della caccia, e molte altre, pria sconosciute al codice sassone, ed estranee ai miti e liberi principii sui quali fondavasi, vennero introdotte nell'Inghilterra, quasi a crescer gravezza ai ceppi di cui andavano carichi i suoi debellati abitatori. Così alla corte come entro le castella dell'alta nobiltà, ov'era grande la sollecitudine d'imitare la pompa e la magnificenza della Corte, altro idioma non parlavasi che il francese. Fu questo l'idioma onde si perorava ne' tribunali, in quest'idioma soltanto i giudizi si profferivano. In una parola esso era l'idioma dell'onore, della cavalleria e della giustizia, intanto che l'anglo-sassone, più maschio ed espressivo, si abbandonava ai contadini e al basso volgo che d'altra lingua non conoscea. Pure la necessità d'intendersi fra i signori delle terre e gli enti d'inferior lega che le coltivavano, diede origine a mano a mano ad un nuovo dialetto, che non era nè tutto francese nè tutto anglo-sassone. Tal si fu l'origine dell'idioma inglese presente. La lingua de' vincitori e quella dei vinti insieme si confusero con felice lega, e ne nacque la nuova, arricchita indi a grado a grado dalle conquiste fatte sulle lingue classiche e su quelle che si parlano dalle nazioni del mezzogiorno europeo.
Tal era lo stato delle cose in que' tempi, ed ho creduto opportuno il narrarle, non già perchè la storia dopo il regno di Guglielmo II, detto il Rosso, contenga o guerre o sommosse, o tai grandi avvenimenti che presentino gli Anglo-Sassoni sotto aspetto di nazione separata; pure mi giova che i miei leggitori nel corso di questa narrazione abbiano sempre dinanzi agli occhi la linea di confine, onde si mantennero disgiunti i discendenti dei Normanni dai discendenti dei Sassoni, e per gli odiosi privilegi che i conquistatori si arrogarono sui conquistati, e per la rimembranza, sgradevole ai secondi, di quanto furono a confronto di quel che erano divenuti; rimembranza che durata fino al regno d'Edoardo III, conservò aperte le piaghe fatte dalla conquista.
Il sole già al suo tramonto indorava una fra le parti più apriche e deliziose della foresta poc'anzi descritta, la quale però non era diradata cotanto che non mandassero ombra al sottoposto erboso suolo i folti rami di più centinaia di quercie che i secoli coronarono, e che videro forse il passaggio de' trionfanti romani eserciti. In alcuni luoghi di questo sito amenissimo sorgeano betulle, agrifogli ed altre piante cedue d'ogni specie, le cui frasche s'intralciavano in guisa che ascondevano i raggi del sol cadente. Altrove gli alberi, scostandosi gli uni dagli altri, mostravano all'occhio, vago d'addentrarsi quanto potea ne' loro avvolgimenti, una serie di lunghi ed irregolari viali, cui l'immaginazione riguardava siccome sentieri selvaggi che a luoghi più selvaggi ancor conduceano. Qui la rossa luce degli ultimi raggi, rotta dalle foglie, assumea un color più pallido; là pompeggiava della sua porpora su zolle ignude d'alberi e pronte ad accoglierla per intero. Uno di que' maggiori diradamenti della selva sembrava essere stato un dì sacro alle cerimonie superstiziose de' Druidi, perchè sulla vetta di piccolo poggio, regolare sì che sarebbesi detto umano lavoro, vedeansi gli avanzi d'un cerchio di sassi greggi ed enormi. Sette di questi rimanevano ancora all'antico loro sito, gli altri ne erano stati smossi forse dallo zelo di alcuni fra i primi neofiti del cristianesimo; e quali allontanati di pochi passi, quali tratti sino al pendio della collina, un solo di questi precipitato fino alla radice di essa, arrestando in suo corso un ruscelletto, lo costrinse a sormontar tale ostacolo, onde soltanto d'indi in poi cominciò quel rivo a susurrar gratamente.
Due singolari personaggi teneano in allor quella scena. I modi esterni loro e le vesti presentavano quell'indole di selvaggia rusticità, per cui in que' remotissimi tempi andavano contraddistinti gli abitanti occidentali della contea d'York. Il più attempato d'essi parea un contadino ruvido ed ignorante oltre ogni dire, e vestiva abito semplicissimo, che era una specie di giustacuore colle maniche, fatto colla pelle concia di qualche animale, cui si era lasciato in origine il pelo, ma logoro sì questo pelo che ne rimaneano sol poche falde, nè si potea ravvisare dalle medesime a quale bestia avesse appartenuto. Scendea tale abito dal collo al ginocchio, e tenea vece dell'altre vesti che sogliono immediatamente coprire il corpo. Fornito d'una sola apertura nella parte superiore, era questa assai larga, affinchè vi passasse la testa, onde appariva ad evidenza, che si addossava nello stesso modo con cui oggi si suol mettere una camicia, o come il giaco ne' dì più rimoti. I costui piedi erano difesi da zoccoli che coreggie di cinghiali annodavano. Due liste di cuoio più sottile partivano da questi zoccoli e s'avvolgeano incrocicchiate fino alla metà della gamba, lasciando poi ignudo il ginocchio come usano anche oggidì i montanari scozzesi. La tonaca da noi descritta era stretta al corpo col ministerio d'una cintura di corame, che un fibbiaglio d'ottone chiudeva. Pendeano a questa da un lato una specie di saccoccia, e dall'altro un corno di montone, foggiato ad essere stromento da fiato; e le era parimente raccomandato un lungo coltello da caccia, largo di lama, puntuto, a due tagli, e guernito di manico d'osso, arme che fabbricavasi in que' dintorni e che fin d'allora nomavasi coltello di Sheffield. Quest'uomo portava il capo scoperto, e i suoi capelli d'un color rosso carico erano serrati in varie strettissime trecce. Non mi rimane a descrivere che una parte del suo aggiustamento, troppo degna d'osservazione per potersi dimenticare; ed era un collare di ottone simile a quello di un cane, ma che non si apriva, onde chi lo portava non poteva levarselo mai dal collo se non ricorreva alla lima, largo però quanto bastava a non impacciargli nè il moto nè il respiro. Su di questo collare leggevasi in caratteri sassoni la seguente iscrizione: «Gurth, figliuolo di Beovulfo, nato servo di Cedric di Rotherwood.»
Presso questo porcaiuolo, chè tale era la professione di Gurth, stava seduto sopra uno di que' sassi da noi menzionati altro uomo, che di dieci anni sembrava più giovine del compagno, e che vestito di abito, quanto alla forma, simile a quello di Gurth, ne diversava nell'essere ricco ed elegante. D'un bel colore di porpora era il giustacuore, sopra cui stavano dipinti in varii colori e alla meglio diversi ornati grotteschi. Aggiungevasi un mantello di panno cremisino, alquanto macchiato, per vero dire, e ornato d'una lista color d'arancio vivacissimo, il qual mantello gli scendeva a mezza coscia soltanto. E tale era ch'ei poteva portarlo come più gli piaceva, o sopra una spalla, o sopra l'altra, o avvilupparvi tutta la parte superiore del corpo, la qual cosa, attesa la poca lunghezza del mantello medesimo, non contribuiva di leggeri a rendere bizzarro sì fatto arredo. Andavano le costui braccia ornate di smaniglie d'argento e d'argento pure n'era il collare che portava la seguente iscrizione: «Wamba, figliuolo di Witless, nato servo di Cedric di Rothervood.» Non dissimili dai zoccoli di Gurth erano quelli di Wamba, ma invece che a questo tenessero luogo di calze le stringhe di cuoio incrocicchiate attorno alla gamba, portava egli due cose (quella specie di stivaletti, che i francesi chiamano guêtres) l'una rossa e l'altra gialla. Copriva il capo di un berrettone, guarnito di sonaglietti eguali a quelli che vediamo attaccarsi al collo dei falchi, onde se ne udiva il suono e qualunque moto ch'egli facea; cosa che accadeva di frequente, perchè cambiava di postura ad ogni minuto. La parte inferiore di questo berrettone vedeasi orlata d'una fascia di cuoio, frastagliata a foggia di corona, e la superiore acuminata gli ricadea sulle spalle a guisa delle antiche nostre berrette da notte, o d'un berrettone d'ordinanza d'un ussero odierno. A questa parte del suo acconciamento da testa erano attaccati i sonaglietti. Tal circostanza, la forma del berrettone, e l'apparenza stessa della sua fisonomia, che indicava un capo sventato, benchè non privo dalla sua buona dose di malizia, annunziavano esser egli un di quegli enti allor conosciuti sotto nome di buffoni, mantenuti dai grandi per disannoiarsi delle molte ore penose che erano costretti a passare nei loro castelli. Non meno del compagno aveva una saccoccia attaccata alla cintura, ma non gli si vedeva nè il corno nè il coltello da caccia, chè forse sarebbesi riputata imprudente cosa il confidare armi a questa razza di gente. Invece del coltello portava egli una sciabola di legno non diversa da quella con cui Arlecchino opera i suoi prodigi nelle moderne nostre burlette pantomimiche.
La fisonomia e il contegno di questi due uomini presentavano una diversità sorprendente al pari del loro abito. Parea d'uomo angoscioso il sembiante di Gurth. Tenea egli bassa la testa dando a divedere tale sconforto, che sarebbesi detto indolenza, se la vivacità che brillava nei suoi sguardi, ogni qual volta gli alzava, non avesse indicato che, a malgrado di sì tetro invilimento, il suo cuore sentiva l'oppressione cui vedevasi condannato, e nudriva il desiderio di liberarsene. In vece la fisonomia di Wamba non annunziava se non se una vaga curiosità, un tal quale irrequieto bisogno di cambiare atteggiamento a tutti gl'istanti, e la baldanza inspiratagli dall'onorevole carica ch'egli occupava e dall'abbigliamento di cui ornavasi. I dialoghi di questi due individui si facevano in anglo-sassone, la qual lingua, come già il dissi, era divenuta quella delle classi inferiori, se si eccettuino i soldati normanni e le persone attenenti al personale servigio dell'alta nobiltà.
«Possa la maledizione di san Withold venire addosso a questi sgraziati porci!» disse Gurth dopo aver sonato per più riprese il suo corno onde raunare quella sparsa mandria, la quale con suono non meno melodioso rispondeva all'invito, nè molto curavasi di abbandonare il sontuoso desco di ghiande e di semi di faggio che l'ingrassavano, nè il torbido pantano fra cui l'avvoltolarsi era per molti di quel consorzio più soave cosa che l'ubbidire alla voce del loro guardiano. «Sì! che la maledizione di san Withold cada sovr'essi e sovra di me! Se qualche lupo da due gambe non me ne porta via qualcheduno questa sera, io non mi chiamo nemmeno Gurth. Vien qui, Fangs,» gridava egli a più non posso ad un cane di grande statura, per metà mastino, per metà levriere, che correva qua e là, come per eccitare il padrone a raccozzare il recalcitrante suo armento; ma o fosse mal avvezzata la bestia, o non intendesse i segni che gli facea il porcaiuolo, o non ascoltasse che un cieco impeto naturale, sparpagliava col suo matto correre i porci, e aumentava il disordine anzichè porvi riparo.
«Possa il diavolo strapparti i denti che ti rimangono» esclamò allora Gurth «e l'inferno s'abbia quell'assassino di boscaiuolo che leva i denti davanti ai nostri cani! È egli possibile che così facciano il loro dovere? Wamba, a te Wamba! leva su, e se tu sei uomo, dammi un poco d'aiuto. Gira dalla parte di dietro la montagna, onde prendere il sopravvento ai miei porci, e vedrai che te li pari innanzi come se fossero innocenti agnellini.»