«Ma e può venirti in mente, che sotto queste mie vesti?...»
«Oh! Oh! conosco i Cristiani, e so bene non esservi uom nobilissimo fra essi, che mosso da spirito di superstizione religiosa disdegni prendere il bordone, mettere zoccoli, e andar piè scalzo a visitare il sepolcro di colui....»
«Giudeo» sclamò con grand'impeto il pellegrino, «guardati, vivadio! dal bestemmiare.»
«Perdonate; parlai inconsideratamente, lo vedo. Del restante ieri sera e sta mane ancora, vi siete lasciato sfuggire certe parole, che furono per me come la scintilla uscita della pietra focaia, scintilla che fa prova del metallo racchiuso entro la selce[9]. So di più che questa vostra veste di pellegrino nasconde una catenella d'oro, quali son soliti portarle i cavalieri. Ne ho veduto poche ore fa lo splendore quando vi stavate chino sopra il mio letto.»
Non potè ritrarsi dal sorridere il pellegrino. «Se un occhio indagatore, siccome il tuo, sperimentasse la propria finezza per entro quelle tue vesti, farebbe cred'io a sua volta qualche scoperta.»
«Non parlate così» disse l'Ebreo cambiando colore, indi dato di piglio al calamaio colla fretta di chi vuol troncare un discorso che non gli garba, ne trasse la penna e un foglietto di carta rotolata su di cui si pose a scrivere senza discendere della sua mula ed essendogli leggìo la parte superiore del suo berrettone. Terminato ch'ebbe, consegnò il biglietto scritto in ebraico al pellegrino, sì dicendogli: «Tutta la città di Leicester conosce il ricco Ebreo Kirgath Jairam di Lombardia. Portategli questo scritto. Egli ha da vendere sei armature di Milano fine sì, che la inferiore di esse non disdirebbe ad un principe, e dieci cavalli da guerra, dei quali il men bello sarebbe degno d'un re che andasse a dar battaglia per assicurarsi del trono. Voi potrete scegliere l'armatura e il cavallo che vi converranno meglio, e domandare in oltre al mio corrispondente qualunque altra cosa di cui abbisognaste mai nel torneo. Vi sarà data. Dopo la giostra gli restituirete fedelmente il tutto, semprechè in allora non foste in istato di pagarne il prezzo.»
«Ma, Isacco» soggiunse il pellegrino, «t'è forse ignoto che in un torneo, l'armi e il cavallo del vinto appartengono al vincitore? Tale è la legge di questo genere di combattimenti. Se avessi quindi sfortuna, non potrei nè restituire nè pagare le cose avute.»
L'Ebreo impallidì soprappreso dall'idea di questa contingibile combinazione. Ma poi fattosi nuovamente coraggio: «No, no, no,...» sclamò «Questo è impossibile..... O almeno non voglio pensarci!.... La benedizione del nostro celeste padre starà sopra di voi. La vostra lancia sarà forte, lo spero, come quella di Gedeone.»
Dette le quali cose ei volgea la testa della sua mula alla parte di Sheffield; ma il pellegrino a sua volta lo prese per una falda del mantello: «Isacco» gli disse «tu non conosci ancora tutti i rischi a cui ti commetti. Supponi che l'armatura si sconci, che il cavallo rimanga ferito o morto; perchè certamente se fo tanto di trasferirmi al torneo, non risparmierò nè l'armi nè il corridore. La gente della tua tribù, ti è noto, non dà nulla per nulla. L'uso almeno delle cose prese ad imprestito dovrei pagarlo!»
L'Ebreo si contorse sopra la sella, com'uom tribulato da un accesso di collica: ma i sentimenti che lo animavano in quell'istante vinsero gli altri a lui più abituali. «Poco rileva» diss'egli «poco rileva... Lasciatemi partire. Se qualche danno accadrà, non dovrete pagarlo voi. Kirgath Jairam vi presterà senza interesse quanto vi sarà necessario, e ciò per amore del suo concittadino Isacco. Addio!... Ascoltatemi,» aggiunse tornando addietro «abbiate cura di non cimentarvi troppo nel calor della mischia. Risparmiate... non dico tanto l'armatura e il cavallo... ma la vostra vita, giovane valoroso. Addio.»