Una loggia posta nel mezzo dal lato di levante meritava osservazione per essere e più alta dell'altre, e più riccamente adorna, e fregiata d'una specie di trono, sormontato da un baldacchino che presentava gli stemmi dell'Inghilterra. Scudieri, paggi, guardie, tutti vestiti di sfarzosi abiti, stavano in bell'ordine attorno a questa sede d'onore, preparata al principe Giovanni ed al suo corteggio. Di contro verso ponente si presentava altra loggia, non meno alta della prima, e se non era tanto sontuosa, certamente maggior eleganza e ricercatezza vi si scorgea che non in quella assegnata al principe. Donzelle e giovani paggi, fra i più leggiadri che si fossero rinvenuti, tutti ornati di fantastiche vesti di color verde e di rosa, accerchiavano un trono fregiato dei colori medesimi. Sul baldacchino che copria questo trono, sventolavano parecchie banderuole le cui imprese erano cuori feriti o infiammati, frecce, archi, turcassi ed altri comuni emblemi soliti a rimembrare l'amore. Un'iscrizione a grandi lettere dorate indicava come quel seggio si riserbasse ALLA REINA DELLA BELTATE ET DELLO AMORE. Ma chi esser dovesse tale Reina tutti ancora ignoravano.
In questo mezzo, gli spettatori d'ogni grado si affrettavano a prendere le sedi che lor pertenevano, nè ciò accadde senza molti litigi per definire i diritti a ciaschedun competenti, litigi che per lo più e senza molte cerimonie venivano composti da uomini d'armi, i quali coi bastoni delle labarde menavano colpi alla cieca su i temerari che pretendevano appellarsi dai loro giudizi. Se però si presentavano persone di maggior distinzione, intervenivano gli araldi d'armi, e talvolta anche i due marescialli del torneo, William di Wivil e Stefano di Martival, che armati di tutto punto trascorrevano l'interno di quel ricinto per mantenere fra gli spettatori il buon ordine.
A poco a poco le logge s'empirono di nobili cavalieri, cogli abiti de' quali pomposi ma pressochè uniformi, faceano gradevole chiaroscuro le acconciature eleganti e variate delle matrone, concorse ivi in maggior numero che non gli uomini stessi, comunque si fosse potuto credere che il ribrezzo di vedere scorrere umano sangue le avrebbe fatte schife di un tale spettacolo. L'intervallo posto fra le logge e la lizza si trovò colla stessa prestezza occupato affollatamente da borghesi ed arcieri, ed anche da nobili d'una classe inferiore, cui la modestia o la povertà impedivano il pretendere a sedi più distinte. Pur fu tra questi che insorsero le maggiori dispute di preminenza.
«Cane d'un miscredente!» disse un vecchio, la cui tonaca spelata faceva prova dell'indigenza di cui n'era vestito, come la spada e una catenella d'oro annunziavano le pretensioni ch'egli aveva alla nobiltà. «Osi tu toccare un Cristiano, un gentiluomo normanno, che ha nelle vene il sangue di Mondidier?»
L'uomo a cui volgeasi tal complimento era appunto quell'antico nostro conoscente, Isacco d'York, ma vestito questa volta d'abito sontuoso e magnifico; e si adoperava questi ad ottenere due posti avanti nelle logge, uno per sè, l'altro per la sua figlia. L'avvenente Rebecca dopo avere raggiunto ad Ashby il padre suo, lo teneva pel braccio, nè ella, e nemmeno Isacco, atterrirono poco o assai de' modi brutali che usava questo discendente di Mondidier. Perchè gli è vero, che vedemmo in altra occasione e sommesso e vile l'Israelita; ma ben sapeva egli che in questo luogo non avea da temer cosa alcuna. Una festa pubblica, al cospetto di tutti gli ordini della nazione assembrati, non era tal occasione ove la malevolenza o la cupidigia d'un nobile fossero pericolose agli Ebrei. Perchè li sicurava primieramente la legge generale, e quand'anche questa non fosse stata assai salvaguardia per essi, accadea quasi sempre, che in sì fatte adunanze si trovassero alcuni baroni, propensi per motivi d'interesse ad assumere le giudaiche difese. Quanto ad Isacco poi, egli avea un'altra cagione di starsi tranquillo. Non ignorava che assister doveva al torneo il principe Giovanni, da cui era conosciuto di persona. Allora appunto il ridetto Principe negoziava cogli Ebrei per ottenere una insigne prestanza che voleasi assicurata sopra terreni, e guarentita in oltre col deposito di preziose suppellettili; e toccava ad Isacco somministrare la parte più forte di sì fatta prestanza; onde questi non dubitava che la brama di conchiudere un tale affare gli avrebbe ad ogni brutto evento procacciato un proteggitore nel Principe stesso.
Incoraggiato da simili considerazioni l'Ebreo, continuò a spignere e a dispensar gomitate al Cristiano normanno senza prendersi briga della discendenza ch'ei vantava, della religione, o del grado. Le lagnanze del vecchio nobile eccitarono l'indegnazion de' vicini. Tra questi un arciero, uom vigoroso, e ben complesso, vestito d'un giustacuore verde, con pendaglio guernito d'una piastra d'argento, e che tenea in mano un arco alto sei piedi, e dodici frecce al suo cinturino, si volse di repente all'Ebreo, e manifestando tal collera, che gli fe' rosso il volto comunque abbrunito da molti soli apparisse:
«Non dimenticarti» sclamò in anglo-sassone «che tu non sei nulla meglio di un ragno. Se le ricchezze che hai accumulate succhiando il sangue delle tue infelici vittime, ti facessero montare in boria, pensa che sol tenendoti nell'oscurità possiamo scordarci di te. Ma se ti mostri in piena luce, per Dio! ti stritoliamo. Non sei che un ragno.»
Tal discorso, cui sosteneva un tuon di voce minaccevole e fermo, fe' abbassar non poco l'ali all'Ebreo, che certamente avrebbe fuggito alla presta una vicinanza tanto insalubre, se in quel momento gli sguardi d'ognuno non si fossero vôlti al principe Giovanni che entrava nell'arena, accompagnato da numerosa scorta di cavalieri, di cortigiani, e d'alcuni ecclesiastici che in ricercatezza di vesti ai cortegiani non la cedevano. Scerneasi fra questi il Priore di Jorvaulx, messo in tanta eleganza quanta gliene permettea l'ordine cui spettava, sfoggiando d'oro e di ricchissime pellicce il suo abito, e le punte de' suoi stivali, conformandosi, persino con caricatura all'usanza ridicola di que' giorni, gli risalivano sì fattamente all'insù, che gli toglievano ogni possibilità d'appoggiare il piè sulle staffe. Ma sì fatto inconveniente non lo era pel vezzoso nostro Priore, cui non dispiaceva, crediamo, tale occasione di dar saggio di sua destrezza nel cavalcare al cospetto di sì brillante assemblea, e soprattutto di quel sesso che ne facea il più bell'ornamento. Il rimanente del corteggio del principe Giovanni era composto de' capi principali delle sue bande stipendiate, di molti baroni dediti alla rapina e al mal vivere, che erano l'ordinaria sua compagnia, e d'alcuni cavalieri, Ospitalieri e Templarii.
Osserveremo a tal luogo che gli anzidetti cavalieri venivano riguardati come nemici del re Riccardo, perchè entrambi questi ordini si erano posti dalla parte di Filippo di Francia nelle lunghe contese fra questo monarca e il re d'Inghilterra, contese di cui fu campo la Palestina. Pochi non sanno che a tal discordia de' due sovrani vuolsi attribuire il niun frutto delle vittorie replicatamente riportate dal re Riccardo; quindi ne andarono a vuoto i tentativi operati per impadronirsi di Gerusalemme, e quindi gli allori di cui si coperse nulla meglio germogliarono d'una dubbiosa tregua ch'ei conchiuse con sultan Saladino. Conformandosi alle stesse politiche massime, che furon quelle dei lor confratelli di Terra Santa, i Templarii e gli Ospitalieri dell'Inghilterra e della Normandia, avevano abbracciata la fazione del principe Giovanni, ben lontani per conseguenza dal desiderare o il ritorno del re Riccardo nell'Inghilterra, o la coronazione d'Arturo, erede legittimo di Riccardo. Non di tale avviso erano le poche famiglie sassoni ragguardevoli che trovavansi tuttavia nell'Inghilterra; e il principe Giovanni, ben sapendo come queste fossero avverse alla sua persona, e a tutt'altro inclinate che a favorirne le pretensioni, contraccambiava le stesse famiglie d'odio e di disprezzo, nè risparmiava opportunità di procurare loro umiliazioni ed affronti. Nè più dei predetti nobili erano propensi al principe Giovanni i borghesi, presi da tema che un sovrano di tale tempera, dedito affatto alla licenza ed alla tirannide, fosse per gravitare con usurpazioni novelle su i diritti e i privilegi del popolo.
Seguìto dalla pomposa comitiva che descrivemmo, ammantato di una veste ricamata d'oro, tenendo in pugno un falcone, e coperto il capo d'un ricco berrettone di pelliccia, cui fregiava un diadema di gemme, e fuor del quale uscivano con leggiadria le lunghe chiome increspate che sulle spalle ondeggiavangli, il principe Giovanni, cavalcando un palafreno grigio, ardente e brioso, caraccolava primo fra i suoi nel mezzo all'arena, e fermavasi dinanzi a ciascuna loggia fisando con occhio ardito quelle donne, che per la loro avvenenza si faceano più ammirare.