Il Giudeo tenea in mano l'ultimo zecchino su cui fece una pausa molto più lunga. Forse avea in animo di regalarlo a Gurth, e se quella moneta fosse stata o tosata o calante, chi sa non avesse obbedito a tale impulso di sua generosità. Ma per fatalità di Gurth era nuova di conio. Isacco la esaminò per tutti i versi, nè potè trovarle una magagna. La mettè in bilancia. Cresceva d'un grano. Non potè venir a quella di separarsene: «Ottanta» diss'egli finalmente, e quello zecchino se ne andò a stare cogli altri. «Il conto va bene, e voglio sperare che sarete largamente ricompensato dal vostro padrone. Vi restano ancora monete entro il sacchetto?»
Gurth fe' una contorsione di volto, la qual cosa gli accadea tutte le volte che voleva sorridere. «Circa altrettante quante voi ne avete scrupolosamente contate. Ebreo» soggiunse indi nel prendersi la ricevuta «io non me ne intendo, ma se questa non è in buona forma, ci penserà la vostra barba.» Poi empiè, e questa terza volta non aspettò che gli venisse offerta, una tazza di vino, e dopo averlo mandato giù tutto d'un fiato senza far cerimonie andò via.
«Rebecca» disse Isacco «questo Ismaelita mi sembra petulante anzichè no; ma poco monta: il suo padrone è un galantuomo ed ho gusto che questo torneo gli abbia fruttato alquanti shekel d'oro, e che non men del suo braccio abbiano contribuito a ciò il mio cavallo e la mia armatura.»
Sorpreso perchè Rebecca non gli rispondea, si volse; ma questa era scomparsa di lì fin quando egli stava in discorsi con Gurth.
Intanto questi avea scesa la scala, e giunto in un'anticamera trovossi al buio, onde cercava a tasto la porta per uscire. Allora gli comparve una donna vestita di bianco, la quale tenendo in mano una lampada gli fe' cenno di seguirla nell'appartamento d'ond'ella usciva, e di cui lasciò socchiusa la porta. Con qualche ripugnanza Gurth le obbediva, perchè costui, comunque ardito ed impetuoso quanto un cignale, ogni qual volta conosceva il pericolo cui si cimentava, nudriva poi tutti i superstiziosi timori de' Sassoni circa gli spettri, le fantasme, le apparizioni; sicchè gli dava molta inquietudine questa donna bianca, soprattutto in casa d'un Ebreo. Fra i delitti che un pregiudizio generale apponeva a questa popolazione vi era pur quello di professare la scienza cabalistica e la negromanzia. Ciò nullameno, dopo avere titubato alquanto, il coraggio connaturale in lui la vinse sopra un timor panico; talchè seguì la sua guida in una stanza, ove si vide alla presenza di Rebecca.
«Mio padre non ha voluto che farti uno scherzo» gli diss'ella, «o mio amico. Ei deve, sappilo, al tuo padrone dieci volte di più che quell'armatura non vale. Quant'è la somma che gli sborsasti?»
«Ottanta zecchini» rispose Gurth stordito da sì fatta inchiesta.
«Ebbene, cento ne troverai in questa borsa» a dir riprese Rebecca; «rendi al tuo padrone quanto gli spetta, il rimanente tienlo per te. Ma sollecita, parti, non perder tempo in ringraziarmi, e va guardingo nel traversar la città, per non perdere il denaro e forse anche la vita. Ruben» chiamò ella battendo le mani «fate lume a questo straniero, e uscito ch'ei sia chiudete bene la porta.»
Ruben, uomo Israelita che si facea scorgere per nera barba e nere sopracciglia, obbedì agli ordini della padrona, e con una torcia accompagnò Gurth sino alla porta; poi quando il vide fuori la imbarrò con catene e catenacci che avrebber bastato ad assicurare qualunque prigione.
«Per san Dunstano!» disse Gurth nello uscire, «costei non è un'Ebrea, ma bensì un angelo sceso dal paradiso. Dieci zecchini dal mio bravo padrone giovane! Venti da questa perla di Sion! Oh che bella giornata! Un'altra simile, o Gurth, e tu ti riscatti dalla servitù e divieni libero delle tue azioni! Allora, addio porci! Getto via la verga da porcaiuolo, impugno spada e scudo, non ho più bisogno di nascondere nè il nome nè il volto, e seguo il mio giovane padrone sino alla morte.»