«Male, male assaissimo! Ha operato da giovane senza cervello. Non v'è qui un Cristiano che sia in istato di comperare tanti cavalli e armature; nè da alcun Ebreo avrà ottenuto la metà di quanto gli avrei pagate io tali cose. In somma, vediamo: in questo sacchetto vi sono bene cento zecchini» e in ciò dire apriva leggermente il mantello di Gurth. «A quanto pare dee pesar molto.»
«Perchè vi stanno in fondo alcuni ferri per armar freccie» rispose Gurth senza esitare un istante.
«Ebbene! per quella ricchissima armatura... mi contenterò d'ottanta zecchini; e non ci guadagno una monetuccia d'oro. Avete voi il modo di pagarmeli?»
«Anderebbe ottimamente! Così il mio padrone resterebbe senza un soldo. Ma non sarà questa la vostra ultima parola!»
«Bevete ancora una tazza di questo buon vino. Ah! ottanta zecchini son pochi. Dove io avea la testa? Cedere una sì bella armatura senza nessun profitto per me, non lo posso. Poi chi sa? quest'ottimo cavallo può essere diventato bolso, attratto... è impossibile che non gli sia accaduta qualche disgrazia... Figuratevi! quelle corse! quelle giostre! uomini a cavallo che si gettavano gli uni addosso gli altri con tal furore... parevano i tori selvaggi di Basham!»
«Vi dico che il vostro cavallo è sano e salvo e vigoroso nella scuderia; poi andatelo a vedere. E dico di più, che settanta zecchini bastano al di là per pagarvi quella vostra armatura. La parola d'un Cristiano val bene quella d'un Ebreo, crederei. In fine poi, se una tal somma non v'accomoda, riporterò il sacchetto qual è al mio padrone.»
Nel dir tai cose facea sonare le monete d'oro che nello stesso sacchetto si contenevano.
«Via, via! contatemi ottanta zecchini; gli è il meno a cui possa aggiustarmi; e vedrete che saprò comportarmi generosamente con voi.»
Gurth ricordandosi allora di quanto gli disse il padrone, desideroso soprattutto di contentare l'Ebreo non fece altre parole, e avendo contati sulla tavola ottanta zecchini, l'altro gli lasciò una ricevuta di saldo per la venduta armatura. Isacco indi diè una ripassata alla somma, e la mano sua tremava di gioia quando intascò i primi settanta zecchini. Più assai indugiò nel contar gli altri, e ad ogni pezzo che prendea di su della tavola, si fermava a fare una meditazione prima di metterlo in borsa; perchè allora cominciò nell'animo suo una lotta tra l'avarizia e qualch'altro sentimento più liberale; ma vincitrice in tale conflitto la prima come lo fu nel torneo il cavaliere Diseredato, gli era cagione di allogare gli zecchini l'un dopo l'altro a dispetto d'una tal quale inspirazione più generosa che gli diceva al cuore di rimettere una picciola parte del prezzo avuto.
«Settant'uno, settantadue... Un bravo giovane quel vostro padrone!... Settantatrè... giovane eccellente da vero!... Settantaquattro... Questo zecchino è un po' tarpato, ma non importa... Settantacinque... E questo mi par calante... Settantasei... Quando il vostro padrone avrà bisogno di denaro, venga pure a trovare Isacco d'York... Settantasette... Ben inteso colle debite malleverie.... Settantotto.. Voi pure siete un bravo galantuomo... Settantanove... E meritate una ricompensa.»