Barbee inghiottì e fece un cenno affermativo col capo.

«Una disgrazia?»

«Sì, una disgrazia. Questa notte viaggiava in macchina sulle colline per con­to dell’Istituto. E l’automobile è sbandata, su Sardis Hill. Rex è... morto. Ma non... non ha sofferto.»

Ben Chittum rimase a lungo con gli occhi fissi nel vuoto, che si andavano lentamente colmando di lacrime. Erano occhi neri come quelli di Rex, e quando si persero così nel vuoto sembrarono improvvisamente quelli di Rex mentre si voltava a guardare, in quel terribile sogno, sotto la minaccia delle zanne a forma di sciabola.

«Per questo avevo paura», disse il vecchio lentamente. «Nessuno di loro aveva la faccia giusta, quando sono tornati dalla spedizione. Ma Rex non ha mai voluto dirmi nulla. E ho ancora paura, Will...»

Il vecchio si chinò stentatamente, per raccogliere la pipa spezzata, e con dita tremanti cercò di riconnettere i due pezzi.

«Ho ancora paura», riprese, «perché penso che abbiano dissotterrato qual­cosa in quel deserto che doveva restare sotto terra. Vedi, Rex mi disse un giorno, prima che partissero per l’ultima volta, che Mondrick andava in cerca dell’autentico Giardino dell’Eden, da dove è venuta la razza umana. Ho pau­ra che l’abbiano trovato, Will... e che abbiano anche trovato cose che sarebbe stato meglio non trovare.»

Si ficcò i pezzi della pipa in tasca.

«Rex non sarà l’ultimo del gruppo a morire.»

I suoi neri occhi immobili tornarono lentamente a fissarsi su Barbee e solo allora parve accorgersi delle lacrime che li colmavano. Se li asciugò con un impaziente colpo di manica. Poi scosse il capo e se ne tornò zoppicando verso la sua fila di riviste ch’era rimasta mezza ciondolante sullo sportello dell’edicola. Barbee rimase ritto dove si trovava, troppo sconvolto per pensa­re ad aiutarlo.