April si diresse con la morbida grazia felina del sogno verso il divano di fronte, per sedervisi, e Barbee ebbe l’impressione che zoppicasse lievissimamente.
«Ti sei fatto vivo, finalmente!», gli disse con la sua strana voce roca e melodiosa insieme. «Mi domandavo perché non avessi più telefonato.»
Barbee si premette le mani contro le gambe per dominare il tremito che le scuoteva. Aveva una gran voglia di chiederle un liquore, ma ne aveva già bevuti troppi e non sembrava che gli avessero dato il minimo sollievo. Si alzò bruscamente dalla poltrona che doveva essere di Preston Troy, inciampò nello sgabello e raggiunse con passo duro e legnoso l’altro capo del divano. I lunghi occhi della ragazza lo seguirono, vividi di un interesse lievemente malizioso.
«April», le disse con voce soffocata, «l’altra sera al Knob Hill mi hai detto di essere una strega.»
La ragazza gli sorrise beffarda.
«Poveri noi, Will, chiunque ti sentisse penserebbe che a uno di noi due abbia dato di volta il cervello. Non senti anche tu l’assurdità della cosa? Mi hai fatto bere troppi dacquari, l’altra sera, questa è la verità, e l’alcool accende la mia immaginazione...»
Barbee si strinse le mani con forza, per interrompere il tremito.
«Ho fatto un sogno, questa notte. Mi sembrava di essere una tigre...» Non era facile continuare, il sorriso di April rendeva le sue parole assurde e ridicole all’estremo. «E c’eri anche tu, con me. Abbiamo assassinato Rex Chittum sul passo di Sardis Hill.»
April inarcò impercettibilmente le sopracciglia.
«Chi è Rex Chittum?», domandò, mentre i suoi occhi verdi battevano con innocenza. «Ah, sì, me l’hai detto, è uno dei tuoi amici che hanno portato quella misteriosa cassa dall’Asia.»