Barbee s’irrigidì, accigliandosi all’indifferenza della ragazza.

«Ho sognato che l’ammazzavamo», gridò quasi, «e stamattina ho saputo che è morto!»

«È una cosa strana, ma non insolita», osservò lei con calma. «Ricordo di essermi sognata mio nonno, la notte che morì.»

La voce di April era carezzevole, piena di sfumature vellutate, ma lui conti­nuava a sentirvi una punta lievissima di beffa. Le scrutò gli occhi: erano lim­pidi come laghi montani.

«È un pezzo che dovrebbero migliorare la curva di Sardis Hill», aggiunse April con tono distratto, e subito dopo, cambiando argomento: «Mi hanno detto, qui, che hai telefonato ieri mattina». Con morbida grazia si scosse il fiume di capelli rossi sulle spalle. «Come mi dispiace che tu non mi abbia trovata alzata.»

Barbee si mosse a disagio. Avrebbe voluto affondare le dita in quelle spalle di seta e trarne fuori la verità a scossoni... Ma forse quel tono impercettibil­mente beffardo era frutto soltanto della sua immaginazione. Era livido di terrore... terrore di lei, o di qualche mostro annidatosi nelle profondità della sua anima? Si alzò bruscamente, cercando di nascondere il tremito che lo possedeva.

«Dovevo restituirti una cosa, April.» Lei lo guardò, incuriosita, e non parve notare il tremito della sua mano, mentre Barbee si frugava in tasca e ne traeva la spilla di giada, che le offerse poi sulla palma madida.

Lanciò un piccolo grido di delizia: «Oh, Will, la mia spilla perduta! La spilla di famiglia che mi aveva dato la zia Agatha! Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere riaverla!».

Si mise a far girare la piccola lupa per le dita, e parve al giornalista che il minuscolo occhio di malachite lo guardasse ammiccando per un istante.

«Dove l’hai trovata?», gli chiese.