Barbee avvicinò il volto a quello della ragazza, guardandola nel bianco degli occhi:
«Nella tua borsa», rispose duro e reciso. «Infissa nel cuore di un gattino strangolato.»
Il corpo lungo e sottile di April rabbrividì nella vestaglia verde, come in finto orrore.
«Che cosa orribile! Sembri stranamente morboso, oggi, Will!» Lo scrutò con occhi limpidi. «Davvero, a guardarti meglio, si direbbe che non stai affatto bene. Vorrei sbagliarmi, ma ho l’impressione che tu beva più di quanto il tuo organismo possa sopportare.»
Lui assentì con amarezza, pronto ad ammettere la sua disfatta nel gioco che stavano giocando; ammesso che la ragazza stesse giocando con lui una strana partita, e non fosse tutto immaginazione da parte sua.
«E la zia Agatha dov’è oggi?», domandò.
«È partita.» Alzò le belle spalle in un piccolo gesto di voluta indifferenza. «Dice che l’inverno qui a Clarendon la fa riammalare di sinusite ed è voluta tornare in California. L’ho accompagnata all’aereo ieri sera.»
Barbee, ritto davanti al divano, barcollò lievemente, e April gli si fece vicina, piena di sollecitudine.
«Davvero, Barbee», gli disse, «non credi che faresti bene ad andare da un medico? Io conosco bene il dottor Glenn, e so che ha rimesso completamente in sesto una quantità di alc... di gente che beveva troppo.»
«Non ti fare scrupoli», ribatté Barbee con asprezza, «dammi pure dell’alcolizzato, perché tanto è quello che sono.» Si avviò incerto verso la porta. «Forse hai ragione. È la semplice risposta a tutti i miei dubbi, la più semplice e convincente... Credo che andrò proprio a farmi visitare da Glenn.»