«Ma non andartene subito», pregò April, correndogli innanzi, per mettersi davanti alla porta... e ancora lui ebbe l’impressione che zoppicasse impercettibilmente, proprio con la stessa caviglia che le doleva nel sogno. «Non ti sei mica offeso, vero?», aggiunse con dolcezza. «Il mio voleva solo essere un consiglio, nello spirito più amichevole.»
Ma il senso della sua stanchezza, della sua inettitudine a ogni cosa, anche a risolvere l’enigma di April Bell, e il desiderio insopprimibile di lei, così remota e beffarda, lo spinsero ad andarsene, a fuggire di là pieno di vergogna.
«Vieni un momento in cucina», gli stava dicendo. «Lascia che ti faccia una tazza di caffè e prepari un po’ di colazione per tutti e due, se hai voglia di mangiare qualche cosa. Ti prego, Will... un po’ di caffè ti farà bene.»
Ma lui scosse il capo quasi con rabbia, non voleva che lei si facesse beffe di un vinto, gongolasse sulla sua anima tormentata.
«No», disse. «Devo andare.»
Doveva avere notato l’espressione con cui Barbee aveva visto il numero di Fortune e l’astuccio dei sigari presso la poltrona che aveva pensato appartenesse a Troy.
«Almeno, accetta un sigaro», lo pregò con soavità. «Li tengo per gli amici.»
Si mosse con la sua grazia felina verso l’astuccio e questa volta Barbee fu certo che zoppicasse; e impulsivamente le domandò: «Ti sei fatta male alla caviglia?».
«Sì, ho inciampato per le scale, dopo avere accompagnato mia zia all’aeroporto.» Alzò le spalle, offrendogli l’astuccio dei sigari aperto. «Nulla di grave, a ogni modo.»
Era grave, invece, e la mano magra di Barbee cominciò a tremare sulla scatola dei sigari con una tale violenza che April dovette prendere lei uno dei neri e forti Perfectos e spingerglielo fra le dita. Mormorando qualche parola di ringraziamento, si avviò incespicando verso la porta.