L’immane rettile proseguì la sua rapida marcia ondulante. Un’altra porta, davanti a Barbee, divenne un denso rettangolo di nebbia, e la testa triangolare del serpente si volse a chiamare la lupa, riluttante a seguirlo nel fetore delle camere del nono piano.
Una di quelle camere era stata attrezzata con banchi metallici, strumenti, provette e tutto l’occorrente per le più disparate analisi chimiche. Le esalazioni brucianti dei reagenti erano sommerse dal fetore mortale che emanava da un pizzico di polvere grigia, messa ad asciugare su un filtro di carta. Quella stanza era silenziosa, a eccezione del gocciolio lento di un rubinetto, ma tanto la lupa quanto il serpente arretrarono davanti al tanfo.
«Vedi?», Barbee sentì che April gli diceva, «i tuoi ex amici stanno tentando di analizzare quell’antico veleno nella speranza di annientarci.»
La camera attigua era un museo di scheletri articolati, appesi candidi a sostegni metallici. Barbee si guardò intorno a disagio coi suoi neri occhi di rettile. Riconobbe le ossa abilmente riconnesse dell’uomo moderno e delle moderne scimmie antropomorfe e le bianche ricostruzioni di tipi scimmieschi di ominidi quali l’uomo chelleano, quello musteriano e il prechelleano. Altri reperti lo lasciarono perplesso; le ossa ricostituite erano troppo sottili, i denti nel sogghigno del teschio troppo aguzzi, i teschi stessi troppo lisci e allungati.
Evidentemente Quain e Spivak prendevano misure e calcolavano rapporti, alla ricerca di elementi che permettessero loro di colpire il nemico.
L’altra camera ancora era immersa nelle tenebre e nel silenzio. Grandi mappe a colori illustravano i continenti moderni e quelli del passato; i margini dei ghiacciai delle epoche glaciali erano tracciati come linee di un campo di battaglia. Entro vetrine di cristallo, si vedevano i quaderni di appunti e i diari di Mondrick.
La lupa a un tratto emise un lieve ringhio e Barbee si accorse che i suoi occhi verdastri fissavano un largo frammento di arazzo medievale, chiuso in una cornice di vetro e appeso sopra la scrivania, come se si trattasse di un tesoro speciale.
Il disegno sbiadito mostrava un gigantesco lupo grigio che spezzava tre catene che lo imprigionavano, per balzare su di un vecchio barbuto con un solo occhio.
Studiando meglio l’antico tessuto, Barbee nel lupo riconobbe Fenris, demone della mitologia scandinava. Il vecchio Mondrick aveva una volta analizzato il mito antichissimo, paragonando la demonologia vichinga a quella greca. Generato dal malefico Loki e da una gigantessa, il lupo gigante Fenris aveva continuato a crescere fino a quanto gli dèi impauriti lo avevano incatenato. Fenris aveva spezzato due catene, ma la terza aveva magicamente resistito fino al terribile giorno di Ragnaròk, quand’era riuscito a liberarsi per aggredire Odino, signore degli dèi, rappresentato come un gran vecchio con un occhio solo.
La lupa bianca aveva digrignato i denti e si ritraeva ora dalla tappezzeria sfilacciata.