Due uomini dagli occhi duri e penetranti, troppo anziani per i maglioni universitari che indossavano, sedevano giocando a carte al banco delle informazioni presso gli ascensori. Mentre la lupa e il gran rettile passavano silenziosi, uno dei due uomini di guardia sbatté nervosamente sul tavolo le carte spiegazzate che aveva in mano e si tastò la grossa pistola d’ordinanza che aveva sull’anca sotto la giubba.
«Abbi pazienza, Jug, ma non riesco a distinguere i fiori dalle picche, stasera...» La sua voce si abbassò, roca. «Di’ quello che vuoi, ma questo servizio all’Istituto mi sta rovinando il sistema nervoso. Sembrava buono, in principio... venti dollari al giorno solo per non far entrare nessuno... ma non mi piace più come prima!»
L’altro raccolse il mazzo di carte.
«Perché, Charlie?»
«Ma non senti?» E l’omaccione tese l’orecchio. «Tutti i cani di Clarendon si sono messi a ululare, e io non posso fare a meno di chiedermi che diavolo stia succedendo. Questi professori dell’Istituto hanno paura di qualche cosa, ed è strano, a pensarci, il modo in cui se ne sono andati il vecchio Mondrick e Chittum. Quain e Spivak hanno l’aria di chi sa di essere il prossimo della lista. Non so che cosa abbiano in quella cassa misteriosa, ma non vorrei metterci sopra gli occhi per quaranta milioni!»
Jug affondò lo sguardo nelle ombre lontane del corridoio, oltre la lupa e il serpente che scivolavano entro l’edificio, e lui pure, inconsciamente, si toccò la grossa pistola al fianco.
«Venti dollari al giorno son venti dollari al giorno, Charlie, e tu ti stai suggestionando... Ma vorrei saperne anch’io qualche cosa di più. Non che io creda alle stupidaggini, che dicono le donnette, di qualche maledizione dissotterrata in quelle vecchie tombe in Mongolia, no, ma qualcosa devono avere trovato!»
«Io non lo so e non lo voglio sapere!», disse Charlie. «Su, dai le carte. Meno ci pensiamo, a questa faccenda, e meglio è!»
Sebbene i due uomini volgessero spesso, senza volerlo, ma con strana insistenza, gli occhi verso le ombre in fondo al vestibolo, non videro la lupa e il serpente sostare davanti alla porta, chiusa a chiave, delle scale, fino a quando una parte di questa si dissolse per lasciarli passare; e continuarono, annoiati e impazienti insieme, la loro partita.
Il serpente seguì la lupa per otto piani di scale immerse nelle tenebre. Il terribile sentore, dolciastro, ributtante e putrido, s’era fatto più denso a mano a mano che la coppia saliva, tanto che a un certo punto la lupa dovette fermarsi, come davanti a una barriera atroce.